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| I - | Il Tempio abbattuto: “ Vendetta “ della storiografia, o storicizzazione della condanna? La storia dei Cavalieri del Tempio - dalla loro fondazione alla abolizione - abbraccia quasi due secoli. Veduta dall'Europa occidentale, quella fu l'età dalle lotte per le investiture alla delusione della dantesca attesa di Arrigo VII°, fortunato aspirante alla restauratio imperii. A un'osservazione diversa essa è però anche l'età delle crociate, cioè dell'espansione dell'Occidente nel Vicino Oriente e della sostituzione, a Costantinopoli, dell'impero bizantino con quello latino. L'Ordine ebbe parte eminente nelle vicende politico-militari di quei due secoli: promozione delle crociate (dalla seconda all'ultima), organizzazione e difesa degli Stati sorti Outremer per opera dei `franchi', da Antiochia a Gerusalemme, da Cipro a San Giovanni d'Acri. Ma la vicenda dei frati-guerrieri è altresì parte intrinseca dei complessi travagli religiosi vissuti dalla Cristianità tra Due e Trecento: da San Bernardo di Chiaravalle, che a sostegno del Tempio scrisse il "De Laude novae militiae", alla proliferazione di correnti "misteriche" all'interno (od al coperto) del cristianesimo, dopo due secoli di confronto col fiorentissímo esoterismo islamico. Aggiungiamo infine che la potenza finanziaria dei Milites Christi segnò l'avvento di tecniche avanzate nel trasferimento dei mezzi di pagamento (ch'è altra cosa, s'intende, dal `capitalismo'). Fu però soprattutto la tragica fine toccata all'Ordine a richiamare l'attenzione -sulla storia dei Templari: ora per denunziare il patto di sangue tra Papato e potere politico, ora per deplorare la corruzione serpeggiante all'interno di un'istituzione - quale il Tempio - che s'ergeva a modello di fede militante, ora, infine, per cogliervi l'ineluttabilità della sorte cui è destinato un corpo esoterico quando s'inaridisca la sua ispirazione originaria. La storia del Tempio non sta però tutta nel suo fosco epilogo, nel rogo del Gran Maestro Jacques de Molay. Se è vero che il significato complessivo di un'istituzione secolare va cercato nel suo rapporto coi tempi - nel nostro caso: la presenza Outremer, la spinta al superamento del feudalesimo, l'intervento nelle trasformazioni religiose e politiche in corso in Occidente -, la vicenda dell'Ordine non può venir ridotta a capitolo o ,a paragrafo secondario di altre storie. Lo impediscono i tratti più specifici del Tempio, sorto dopo la conquista cristiana di Gerusalemme (a differenza, per esempio, di altri illustri Ordini, quali gli Ospitalieri, il cui ceppo la precedette) e sanguinosamente abbattuto quando la crociata si ridusse a sterile appello in un'Europa ripiegata su se stessa, senza che però cessassero d'esistere molti altri Ordini religioso-cavallereschi. Nelle pagine seguenti, mentre tratteggiamo in sintesi la fondazione, i caratteri, le imprese dei Cavalieri Templari, inquadrandoli nella loro epoca, proponiamo alcuni elementi di riflessione sul 'mito' sorto dalle fiamme che ne avvolsero l'improvviso tracollo e ripetutamente fiorito nei secoli. Non ci arrestiamo, nondimeno, al limes rimasto invalicato da tanti apologeti dell'Ordine che ne ignorarono o preferirono tacerne la “storia sottile” per strapparlo (a qual pro', ormai?) alla condanna e ai tormenti d'allora. Se, come spesso è accaduto, la postuma assoluzione comportasse la dispersione del patrimonio esoterico, nei confronti dei Templari essa risulterebbe anche più ingiusta del mostruoso processo cui i Cavalieri furon sottoposti e dell'iniqua sentenza che lo concluse. A sette secoli dalla condanna pronunziatane nel concilio di Vienne (1311-1312), i Templari non hanno bisogno di una riabilitazione fondata sul contrasto tra gli eroici meriti dell'Ordine, la risaputa nequizia di Filippo il Bello e la mollezza di Clemente V°, né di essere liberati dalle accuse - -sodomia, indisciplina, idolatria... - lanciate contro i Cavalieri, bensì attendono che il Tempio venga compreso nel corpo di una storia che vada al di là delle imprese guerresche, dell'avvento e del crollo dei regni d'Outremer, del conflitto tra potere politico e potere religioso (nella cui morsa finirono i Milites Christi) e ne intenda i legami con una Tradizione che, attraverso i secoli, congiunge l'esoterismo pre-cristiano alle correnti iniziatiche nei cui riti furono perennemente rialzate le insegne del Tempio. $ certo corretto - come pure hanno fatto insigni storici - bollare la persecuzione contro i Templari come infamia giudiziaria, volta alla confisca dei loro beni, complice un pontefice corrotto e succubo, corrivo all'impiego dello strumento canonico più spiccio: l'accusa d'eresia. Ma fermarsi nei confini di quell'interpretazione significherebbe continuare a espropriare i Templari della loro vera identità - tutt'uno col loro 'mito' - dopo averli privati della vita e demolito l'Ordine. Il martirio del Gran Maestro e di tanti Cavalieri fu indubbiamente il lavacro che emendò i Milites Christi dalle colpe dei singoli (non più gravi rispetto a quelle dei guerrieri, del clero, dei mercanti del loro tempo); sarebbe però riduttivo continuare a farne una stanca pagina del conflitto tra protervia del potere politico-religioso e istituzioni depositarie di un carisma metastorico, un mero tòpos della prevaricazione dell'assolutismo al di sopra delle leggi (quale peraltro risulta l'intera vicenda processuale contro i Templari). Occorre invece intendere la specificità del “caso” del Tempio: giacché se una è la tradizione, solo attraverso l'individuazione dei particolari caratteri nei quali essa di volta in volta s'invera si può giungere a percepirne la storicità e a sottrarla definitivamente al sospetto che la sua evocazione, quale spiegazione razionale, non sia altro che un rifugio nella sfera di un'incòndita fabulazione. La realtà del Templarismo - quale categoria risulta tanto più corposa e rivelatrice di quanto giunga a far intendere il determinismo storicistico: ed è su tale realtà - quella del 'mito' che perciò concluderemo il nostro breve excursus sull'Ordine dei Milites Christi. Non si tratta, ben inteso, di annunziare la ricostruzione del Tempio a ogni garrir di vessilli « neotemplari »: insegna liberamente usucapita negli ultimi secoli. Nondimeno, se la memoria dell'Ordine viene evocata con tanta insistenza, ne consegue che il 'mito', lungi dal rimanere oziosa fola, assume forza di agente storico effettivo. Né basta, a liberarsene, una scrollata di spalle che lo releghi nei giocattoli della `sovrastruttura'. Occorre, invece, indagare le radici e scoprire le ragioni della sua circolazione carsica lungo i sette secoli da rogo di Jacques de Molay afilla riorganizzazione, sulla metà di questo Novecento, del Sovrano Militare Ordine di Malta, dei Cavalieri Teutonici, dell'Ordine del Cristo, speculare all'ascesa dei Nouveaux Croisés dell'Opus Dei, l'evocazione della cui sigla dissipa qualsiasi ingenuo calcolo d'esorcizzare ,la corposa realtà del 'mito' tacciandolo d'irrazionalità,o di antirazionalismo. Semmai è proprio su quel più difficile banco che la ragione critica è chiamata a far le sue prove più ardue e migliori. |
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| II - | La fondazione dell''Ordine: tra Roma e Nuova Sion. La fondazione dei Templari si colloca nell'intrico fra tre cardini del Basso medioevo, ciascuno al centro di una vivace revisione storiografica: le "crociate" (dall'iter hierosolymitanum o passagium transMarinum alla conquista di Outremer); la crisi del dualismo Papato/Impero, cui subentra lo scenario, tanto più complesso, Chiesa/grandi monarchie (Francia, Inghilterra, Germania, Sicilia...) con un 'Impero' dai lineamenti giuridico-territoriali sempre meno « imperiali » quanto più definiti; e, infine, il mutamento dell'intero assetto culturale (religioso e politico) espresso nella formazione delle letterature romanze, manifestazione peculiare del rinnovamento ecclesiale nell'ambito delle trasformazioni sociali connesse all'avvento della realtà comunale, all'incontro tra la Chiesa di Roma e quella di Costantinopoli (e fra entrambe e l'islamismo), donde l'impetuosa fioritura di misticismo dilagato sul terreno che vide altresì diffondersi l'unica grande eresia dell'Occidente, il catarismo. Rivediamo ora partitamente i diversi aspetti delle correlazioni tra l'Ordine e le forze storiche entro il cui campo il Tempio si trovò a operare. Anzitutto le crociate. Riteniamo ormai storiograficamente improduttivo entrare nella secolare disputa sull'opportunità della conquista armata dei Luoghi Santi e dei modi nei quali essa fu attuata, alla luce degli effetti che ne sarebbero discesi: soprattutto la divaricazione tra critianesimo e islamismo (che, del resto, non data affatto dalle crociate, bensì, semmai, dall'esaurimento degli Stati di Outremer). Al riguardo rimangono essenziali le belle pagine di Franco Cardini (Le Crociate tra il mito e la storia, Istituto di Cultura Nova Civitas, Roma, 1971), che stagliano la grande migrazione e la fusione di stirpi, intuita da Foucher de Chartres (« Ora noi, che fummo occidentali, siamo diventati orientali. Chi f u romano o francese, in questa terra è diventato galileo o palestinese.,. »), molto di là dell'impresa dei diecimila guerrieri di « Merdifredo » da Buglione (come Goffredo fu bollato da Benzone d'Alba). Osserviamo, invece, che l'Ordine del Tempio sorse dopo la conquista di Gerusalemme. I Templari nacquero cioè nella fase più intensa dell'organizzazione di Outremer: quando alla stagione delle armi subentrò quella della sistemazione del “regno”. Dal sanguinoso ingresso dei conquistatori nella Moschea di Omar era ormai corsa un'intera generazione. Si trattava di trasformare in realtà politica stabile (se non perenne) la fortunata vittoria di un manipolo di guerrieri, favorita dalle discordie degli avversari, divisi e lanciati gli uni contro gli altri in un gioco di scambi, alleanze e contromosse che gli occidentali avevano bene appreso nelle terre d'origine e che a lungo ne assicurò la preminenza nel Vicino Oriente, malgrado l'esiguità delle risorse a disposizione. A quel fine occorreva un esercito stabile, capace di tradurre in Ordine l'eroismo individuale, di elevare a « religione » la devozione dei singoli milites (come già fece osservare Carlo Guido Mor, che negli ordini religioso-cavallereschi riconobbe l'unica vera cavalleria). Già Paul Alphandéry nel classico La cristianità e l'idea di crociata (1954) aveva registrato la costernazione dei cronisti dinanzi al repentino ritorno dei liberatori del Santo Sepolcro verso le terre d'origine dopo la designazione di Goffredo, rimasto a Gerusalemme con non più di duecento cavalieri, secondo Rodolfo Caen. Il vuoto non venne colmato dai contingenti di pellegrini approdati in Palestina negli anni seguenti, e subito ripartiti dopo il rito d'espiazione. A conferma del drastico mutamento intervenuto nell'atteggiamento delle moltitudini, la figura di Pietro l'Eremita - essenziale nella preparazione della crociata dei poveri e nella vittoriosa spedizione del 1099 sembra dissolversi nel nulla. Gerusalemme non riesce ad affermarsi quale fulcro della cristianità (ciò che dà l'esatta misura della 'crociata'). Se il Vicario non accorre nella terra del Cristo - né per restaurarvi la Cattedra di Pietro, ne, più modestamente, in pellegrinaggio (un trasferimento vi sarebbe poi stato: ma ad Avignone!) -, dal 1130 (Concilio di Clermont) la riconquista cristiana della Spagna sarebbe stata posta sullo stesso piano della militia nei Luoghi Santi. Gerusalemme - ha osservato Alphandéry « Ormai non è niente più che un luogo ordinario di espiazione. È una colonia religiosa, da sostenere mediante elemosine, è una terra di penitenza »: periferia, però, non centro della Cristianità; e periferia assediata dal ritorno in forze degl'islamici decisi a riprendersi la loro seconda città santa (così com'essa era ormai seconda anche rispetto a Roma). Posta in quei termini, la lotta per Gerusalemme diveniva quistione di rapporto di forze militari: tranne per chi avesse voluto erigere la « Nuova Sion » proprio sulle rovine del Tempio originario e irrinunziabile. Quest'ultimo sembra essere stato il compito dei Cavalieri Templari. Se senza liturgia - ha fatto notare Léo Moulin - non v'è comunità, i Templari s'assunsero il compito di elevare a valore etico 1'altrimenti rozzo, prosaico, avvilente mestiere delle armi a tutela delle strade di comunicazione d'Outremer. Fu perciò in funzione dei Templari che un altissimo spirito religioso quale Bernardo di Chiaravalle sancì la sacralità dell'uso delle armi, altrimenti condannato dall'Ecclesia abhorrens a sanguine. Occorre però insistere sul fatto che non si trattava più d'incitare alla liberazione dei Luoghi Santi: l'istituzione degli Ordini segnò il passaggio dall'eccezionale (la predicazione di Pietro l'Eremita) alla regola. Lì è la differenza di significato storico tra la nascita degli Ospitalieri (1118 ), dei Cavalieri Teutonici e dei Templari, rispetto alla fondazione dei regni cristiani d'Oriente. Se questi ultimi traggono da un impulso preminentemente religioso, all'origine dei Templari troviamo, .pur unita alla mozione della fede, l'intuizione sorprendentemente moderna della centralità dei traffici per la stabilità dello Stato. Per gli Occidentali Outremer era il litorale del Libano e della Palestina punteggiato dai castelli eretti a guardia degli approdi, le vele gonfie sulle rotte del Vicino Oriente, lo sbocco delle linee carovaniere sul mare o nell'immediato entroterra. I Templari, invece, compresero che solo il controllo in profondità avrebbe dato respiro alla conquista, liberandola dalla precarietà originaria, dalla condizione di una testa di ponte, per la vera grande migrazione (mai avvenuta, in effetti). Diversamente Outremer tosto o tardi sarebbe decaduta a sacca di resistenza cristiana, esposta alle mareggiate dell'Islam rimontante, terra in stato d'assedio permanente, fatalmente condannata a ricadere nelle mani dei vinti. Si dovette dunque ai Templari il trasferimento nel Vicino Oriente del modello civile in corso di maturazione in Occidente nel XII° secolo, quando città e borghi si dilatarono, al loro interno gli edifici mutarono d'aspetto e dimensioni e fra i diversi centri s'intensificò, sino a divenire ordinario, strutturale, il fitto scambio commerciale su distanze sempre maggiori: e non più solo (o prevalentemente) per impulso o verso le mete della pietas religiosa ma soprattutto sulla spinta sorgente dall'interno stesso della produzione e del commercio. La controffensiva islamica non tardò a provare che i Templari avevano veduto giusto. I regni cristiani si trovarono infatti alle prese con una guerriglia endemica, che in pochi anni ne mise alle strette coesione e resistenza. Incursioni di predoni, attacchi a carovane e a colonne di pellegrini, attentati, alla spicciolata, all'interno delle città, nei villaggi, nelle oasi, nei mercati raggiungevano l'effetto, esiziale per Outremer, di scoraggiare l'afflusso di uomini che (ed erano certo rari) non fossero sorretti da una forte motivazione religiosa, armata di tutto punto. Gli europei finirono per considerare troppo rischioso un pellegrinaggio che da missione di preghiera, da rito d'implorazione e di espiazione rigeneratrice, in vista di un nuovo slancio di vita, degenerava in martirio, spesso in schiavitù perpetua, ora per mano d'islamici, ora per opera di 'cristiani' dediti alla redditizia attività del brigantaggio, né più né meno di quanto era sempre avvenuto e accadeva nell'Europa evangelizzata, con la differenza che nelle terre di Outremer i delitti erano di « cani infedeli » anziché di semplici «criminali». Noteremo, d'altronde, il duplice significato, simbolico, -della missione templare di «liberare la via» (e, quindi, di «ritrovare la via»), intrapresa da una militia che, a differenza della tradizione anticavalleresca, non era affatto mlitia, bensì irradiazione dal Tempio attraverso le terre evangelizzate e sulla base della renovatio temporum segnata dal ritorno a Gerusalemme. Il trasferimento della missione da Roma a Gerusalemme, intuita dai fondatori dell'Ordine, non si tradusse, però, in volontà del pontefice, in direttiva generale della Cristianità. L'«operazione crociata» non andò dunque molto oltre il realistico apprezzamento espresso da Bernardo di Clairvaux: «quale gioia per noi perdere dei crudeli devastatori [i "cavalieri"], e quale gioia per Gerusalemme acquistare dei difensori fedeli». |
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| III - | Un Tempio bene orientato. Sin dalla fondazione, il Tempio racchiuse in sé la duplice natura di organizzazione militare e religiosa - alla stregua di altri Ordini e, sua particolare, di corpo iniziatico. Il secondo aspetto prese subito realtà dalla sede deputata per i Milites Christi: la Moschea "Al Aqsa", la Roccia sacra alle tre religioni monoteistiche, simbolo del patto fra Dio e gli uomini. Quando ai " nove prodi" (1118) (scolta dalla cifra ovviamente simbolica) s'aggiunse - a completarne il quadro pitagorico - Ugo di Champagne (1125), il collegamento tra i Cavalieri del Tempio e la mistica cisterciense si avviò alla codificazione . Col Concilio di Troyes (1128), che gli conferì solenne sanzione canonica, l'assetto dell'Ordine risultò definito. Ai tre voti - castità, povertà, obbedienza -, i Templari aggiungevano la lotta armata per la libertà dei Luoghi Santi. " Pene soli inter homines" - avrebbe poi scritto Giovanni di Salisbury - i Templari " legitima gerunt bella", Per salvaguardarne la missione, essi erano posti alla diretta dipendenza dal pontefice, al riparo dagl'ingordi giochi di potere già in atto in Outremer. La legittimità della loro guerra fondava sulla contrapposizione tra la fede di cui erano difensori - pura e affermata dalle supreme autorità spirituali del tempo, a cominciare da Bernardo di Clairvaux - e quella dei loro avversari: null'altro che errore, deviazione, corruzione e quindi a buon diritto conculcata con le armi. I Templari accelerarono la codificazione della cavalleria secondo l'immagine in corso di definizione attraverso l'opera degli Ordini: ciascun miles - ordinariamente di estrazione nobiliare - era il fulcro di una collaudata macchina bellica comprendente uomini d'arme di rango inferiore (portalancia, armati alla leggera...) stallieri, inservienti. Arsi dal sole, laceri per il continuo esercizio delle armi, ispidi e sporchi come il conte di Fiandra che a Buglione aveva detto: «Ho le costole e i fianchi spezzati, il cuoio si è rotto in venti punti, sono più di due anni che la mia carne non è stata lavata», i Templari divennero in breve il simbolo per antonomasia della guerra contro l'Islam. Affratellati in una lotta senza quartiere - è uno dei significati del sigillo dell'Ordine, nel quale i Milites figurano appaiati in groppa a uno stesso cavallo -, i Templari avevano per insegna il Beaussant (Baucent, Beaux-Bang, Vaucent,.. secondo le diverse trascrizioni di un suono che comunque inneggiava alla bellezza della vittoria), metà nero, metà bianco: emblema della loro duplice vocazione (far vivere la fede e dar morte all'errore, come per i Cavalieri Teutonici), ma anche del conflitto tra Bene e Male, secondo un'altra interpretazione. In battaglia i Templari entravano ripetendo il motto dell'Ordine - non nobis, Domine, non nobis, sed nomini tuo da gloriam -, dopo la recita del salino Ecce quam bonum. La croce rossa patente sulla spalla sinistra dell'ampio mantello bianco ricordava il sacrificio di Cristo e la sorte che li attendeva; ma, a un tempo, traduceva in simbolo solare, trionfale, il segno del martirio. Essa era, insomma, presagio di sangue e promessa di gloria, quale appare anche in Dante (Paradiso, X1V-103 e ss.). Per i Templari, infatti le battaglie riservavano due sole prospettive: la vittoria o la morte. Usi a menar strage dei nemici - non ,per speciale efferatezza ma per compensare con l'esercizio del terrore l'irrimediabile inferiorità numerica - i Templari sapevano che solo la vittoria o la morte sul campo li poteva sottrarre alle atroci torture cui venivano sottoposti quando cadevano vivi nelle mani degl'islamici. Di lì una, delle principali ragioni dello straordinario eroismo di cui dettero ripetute prove. L'affermazione dei Templari quale fulcro della presenza cristiana Outremer datò dalla seconda crociata, ispirata dal loro mèntore, Bernardo di Clairvaux, ma rimasta priva di efficaci risultati: a conferma che non erano più le grandi spedizioni dall'Europa a garantire la libertà dei Luoghi Santi, affidata invece, all'impegno quotidiano dei frati-guerrieri colà stanziati. Per contrastare la riscossa islamica, il Tempio - come -gli Ospitalieri, sorti nel 1119 sul ceppo di un insediamento amalfitano precedente la conquista - allestì una poderosa catena di castelli, in posizione strategica. Le fortificazioni riproducevano, nel linguaggio dell'architettura militare, la struttura delle chiese templari. Queste ultime - tutte rigorosamente ispirate alla Cupola - traducevano a loro volta in muratura la croce patente, emblema dell'Ordine. Esse, infatti, irradiavano quattro bracci dall'altare del Sacrificio: modulo in parte desunto dalla scuola cistercense e in varia misura adattato alle culture architettoniche locali, pur nella costanza delle cifre simboliche rituali: l'orientazione dell'edificio (cioè la sua disposizione, secondo costanti astronomiche), la disseminazione di richiami - scultorei e iconografici -alla luce solare e alla sua lotta contro -le tenebre, la croce patente, distintiva dell'Ordine (non meno di quelle adottate da Ospitalieri e Teutonici). Alla stessa stregua le fortezze templari erano quadrate, con quattro poderosi torrioni a guardia degli spigoli. In decenni di prodigioso fervore edilizio, si realizzò una vera e propria "crociata di pietra" le cui vestigia - dense di significati allegorici, grevi di richiami simbolici e di cifre iniziatiche - rimasero nei secoli depositarie dei "segreti" dell'Ordine. A Ponferrada, lungo il " camino di Santiago, ne rimane un documento eloquente" . Il manifesto crescente divario tra il complesso intreccio di culture esoteriche raccolto sotto il segno del Tempio e la provata «" ingenuità" di molti Grandi Maestri succedutisi alla guida dell'Ordine ha rafforzato l'ipotesi di una doppia gerarchia. Nel Tempio sarebbe cioè esistita una struttura amministrativa e militare impegnata sul terreno dell'operatività "profana", mentre una segreta e selezionatissima rete di frati-guerrieri avrebbe coltivato la Tradizione templare, tutta esoterica, rivelata solo a pochissimi eletti e forse neppure ai Grandi Maestri, o comunque non a tutti i massimi dignitari. Tale ipotesi è avvalorata proprio dalla condotta dell'ultimo Gran Maestro, Jacques de Molay: dapprima restio a proclamare la propria ignoranza e ad ammettere gli addebiti mossi all'Ordine, ma infine tetragono nella sua difesa sino al sacrificio della vita, con ogni probabilità dopo aver ricevuto una " rivelazione" e tale mandato da parte di chi, al coperto d'un ruolo segreto, era idoneo a impartire ordini ai quali nessun iniziato poteva sottrarsi pena la morte e, ciò ch'è peggio, la perdizione dell'anima e la damnatio memoriae. La costituzione dell'Ordine prevedeva del resto diversi gradi d'accesso alla Regola. A quel modo il Tempio si preparava a fronteggiare l'eventuale non impossibile sconfitta sul terreno militare: solo se fosse sopravvissuta una seconda inafferrabile organizzazione, la sconfitta non si sarebbe tradotta nella demolizione delle ragioni costitutive dell'Ordine, la cui vitalità prescindeva dunque dal possesso fisico dei Luoghi Santi, trasferiti e riedificati all'interno delle coscienze, "luoghi dell'anima", insomma, non della geografia: verità ovvia e che tuttavia non poteva essere propalata senza rischiare di suscitare scandalo nell'animo dei semplici, dei guerrieri votati a cadere in battaglia per la difesa del patrimonio, tutto estrinseco, di Outremer, che i Templari dovevano esser pronti ad abbandonare, a considerare del tutto indifferente al proprio futuro. |
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| IV - | LA CROCE PATENTE... Quasi a premonizione dell'epilogo, ogni pagina della vicenda del Tempio fuse insieme glorie e tragedie. L'ottavo Gran Maestro, Odo di Saint-Amand (1170-79 ), intuì la minaccia per l'indipendenza dei Luoghi Santi costituita dal Saladino e cercò di rifondare la sicurezza dei cristiani sul gioco delle alleanze con gli Stati islamici più deboli, a loro volta preoccupati per l'ascesa della potenza del Cairo. Catturato. Odo rifiutò di pagare qualsiasi riscatto opponendo che il Templare non possedeva che il cinturone e la spada. Al Gran Maestro Gerardo di Ridfort - ricordato come un vanesio intrigante e prepotente - la tradizione attribuì gravi responsabilità nella sconfitta dei cristiani, culminata con la conquista di Gerusalemme da parte di Saladino (1187). In realtà fra' Gerardo non trovò alcun solido appoggio nel Patriarca di Gerusalemme, Eraclio il Debosciato, e poco in Guido di Lusignano che troppo doveva alla moglie, Sibilla, dipinta dai cronisti quale femmina più adatta a Bisanzio che alla Terra Santa. Come spesso accade, i cronisti e molti storiografi addebitarono ai Templari la responsabilità della sconfitta cristiana in Outremer: e ciò accadde non perché ne fossero effettivamente la causa ma perché rimasero gli ultimi a combattere e furono quindi i più notati al momento del crollo. Alla taccia scamparono quanti erano fuggiti per primi o neppure s'eran presi cura della lotta: i pontefici, i sovrani d'Europa, gli ordini religiosi. Nel 1177 erano stati i Templari al seguito di Baldovino IV° il Lebbroso a far ripiegare i venticinquemila uomini di Saladino, presso Ascalona e, ancora, a batterlo presso Montgisard, costringendolo alla fuga, quasi solo, a dorso di cammello. Altri successi s'erano susseguiti dal 1182 al 1186, l'anno della morte di Baldovino. Si trattava però di vittorie di Pirro: ogni battaglia assottigliava le file dei crociati. Il 1° maggio 1186 in difesa di Tolemaide cadde il Gran Maestro dei Giovannití, Ruggero de Molinis. Pochi mesi dopo, ebbe luogo la battaglia decisiva: il 3 luglio presso le fonti di Hattin l'armata cristiana andò quasi completamente distrutta. Furono catturati Guido di Lusignano e suo fratello, Bonifacio, Rinaldo di Chàtillon - un intrigante il cui irrequieto doppio gioco aveva spinto Saladino, all'azione - e il Gran Maestro del Tempio, Gerardo di Ridfort, unico risparmiato dall'emiro del Cairo, mentre i Templari catturati furono tutti torturati a morte. Più che dalla rotta, l'Ordine fu danneggiato dalla liberazione del Gran Maestro: a prezzo dell'abiura, si disse. Gerardo, in realtà, si procurò la libertà per riprendere a organizzare la lotta. Tanto non bastò, tuttavia, a rianimare la difesa di Gerusalemme, ov'era accorso Corrado di Monferrato. Superfluo insistere su questa pagina in cui s'intersecano tante storie diverse: la terza crociata, guidata dal Federico I Barbarossa che aveva traslato da Milano a Colonia le reliquie dei re magi e lasciava intravedere l'avocazione all'imperatore dei poteri sacramentali; la complessa lotta tra le corone di Francia e d'Inghilterra (a sua volta al centro della feroce contesa di famiglia tra Enrico II° e i figli, Riccardo e Giovanni); l'ascesa delle città marinare d'Italia ad arbitre dei trasporti e dei rifornimenti dei crociati (la morte di Barbarossa dopo mesi di difficile marcia, rafforzò la preferenza per il passagium transmarinum); tutti motivi di conflitti niente affatto sopiti alla vista di Gerusalemme. I crociati raggiunsero i Luoghi Santi quando tutto era consumato. Catturato in battaglia Gerardo e subito giustiziato come spergiuro, sconfitto Guido di Lusignano, occupata Gerusalemme, dopo poche e fatue operazioni essi presero la via del ritorno. Dunque, neppure una spedizione "imperiale" poteva risolvere la crisi di Outremer: né questa stava nella libertà di visitare i Luoghi Santi, ma nella ricerca di un terreno diverso dallo scontro armato per la coesistenza tra cristianesimo ed islam. Anni di confronti, scontri occasionali, sfide regolamentari aprirono la strada a una svolta nei rapporti tra cristiani e islamici, suggellata infine da una tregua di tre anni tre mesi e tre giorni, lungo i quali ai cristiani fu concesso di visitare i Luoghi Santi. La scomparsa dei protagonisti degli ultimi anni di guerra - Saladino nel marzo del 1193, il nuovo Gran Maestro del Tempio, Roberto di Sablé, poco dopo, Corrado di Monferrato, pugnalato da due "assassini" il 28 aprile 1192 - anziché spianare subito la via a intese pacifiche produsse l'inusitato spettacolo della clamorosa contrapposizione tra i diversi Ordini religioso-cavallereschi e segnatamente tra Ospitalieri e Templari, accusati dai primi d'essersi proditoriamente impadroniti dell'eredità di un loro cavaliere, nel territorio di Margate. Da Outremer il conflitto dilagò in ogni regione d'Europa, ove intanto la presenza degli Ordini s'era potentemente ramificata grazie alle continue donazioni di terre, castelli, preziosi, a suffragio della difesa dei Luoghi Santi. La contesa fu sedata da papa Innocenzo III°, cui venne sottoposta: e si risolse nella conferma della predilezione a favore del Tempio da parte di un pontefice impegnato a restaurare il credito spirituale della Chiesa minata al suo interno dalla proliferazione delle tendenze pauperistiche, millenaristiche e dalla impetuosa, diffusione della religione dualistica, di lì a poco sanguinosamente combattuta come "eresia". Essa dette però la misura delle tensioni che laceravano il fronte della cristianità "crociata" mentre quella d'Occidente sembrava a sua volta crollare, come nel famoso sogno francescano del papa. Un'avvisaglia di quanto potesse riuscir grave per le sorti dell'Ordine l'infezione derivante dalla cura dei "beni del mondo" s'era già avuta quando il vescovo di Sidone, per venir a capo di un modesto conflitto con il Tempio, accusato di mancata restituzione di un prestito, non trovò di meglio che scomunicarlo: provvedimento esorbitante e prontamente sconfessato dal pontefice, ma assai premonitore. L'erosione delle basi dell'Ordine aveva però altre e più complesse cause: non il quotidiano oblio delle antiche regole del Tempio, la sua partecipazione, su fronti frastagliati, contraddittori, alle estenuanti, confuse lotte per il potere tra i diversi principi lanciati alla perenne spartizione del Vicino Oriente e intenti a soddisfare a spese dell'Impero di Bisanzio la voracità rimasta inappagata in Palestina, ormai in gran parte sotto controllo islamico. V'era, infatti, assai di più. |
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| V - | ... E L'AQUILA GHIBELLINA. Dalla Terza crociata si può far datare la crisi dell'immagine del potere imperiale, invano affermata da Barbarossa. La morte dell'imperatore in un fiumiciattolo dell'Anatolia, l'uccisione di Corrado, trafitto dai pugnali di due `assassini conversi, l'arbitrario imprigionamento di Riccardo d'Inghilterra da parte di Enrico VI, al rientro dalla Palestina, l'irruzione delle femmine, con ruoli protagonistici (Eleonora d'Aquitania, Sibilla, Costanza d'Altavilla, erede del trono di Ruggiero e Guglielmo..,), furono i gradini lungo i quali il potere s'umiliò sino alla concessione della Magna Charta: emblema dell'abdicazione del monarca alla sovranità per conservare un trono ormai diminuito, anzi definitivamente spogliato del carisma che lo rendeva inviolabile. Se il papa continuava ad anteporre Roma a Gerusalemme, se Bonifacio di Monferrato preferiva far rotta su Bisanzio anziché sulla costa di Palestina e la quarta crociata dimenticava Gerusalemme per Tessalonica, come rilanciare la riconquista del Santo Sepolcro? Per un secolo i Templari avevano affermato (o perduto) la loro verità a colpi di spada. L'evangelizzazione del Vicino Oriente, se mai era stata tentata, non era passata attraverso le imprese del Tempio. Sennonché col trascorrere dei decenni i Milites Christi si trovarono dinanzi non più l'islamismo tiepido, rassegnato, arrendevole dei Sunniti bensì gli Ismaeliti, che costituivano la corrente più accesamente "avventista" dell'estremismo sciita: animata da quel Veglio della Montagna, la cui leggenda suggestionava i cristiani non meno dei musulmani e i cui seguaci mostravano una fede irruente, genuina, sacrificale. Per non soccombere i cristiani d'Outremer dovevano alzare a loro volta un vessillo non meno suggestivo, capace di penetrare negli spiriti, mentre sino a quel momento s'erano limitati a dominare i corpi. A tale scopo era necessario consacrare il potere politico, molto al di là del timido accenno tentato con Riccardo d'Inghilterra, la cui "leggenda" tanto deve alla letteratura filotemplare dell'Ottocento, Walter Scott in testa. Disegno analogo nello stesso torno di tempo fu perseguito da Federico II° Hoenstaufen. Partorito in pubblico, a sfatare la taccia di sterilità della madre, che avrebbe allungato per sempre l'ombra dell'illegittimità sulla sua origine, Federico rimase tuttavia molto al di sotto del programma che l'età sua sembrava fissargli. L'avocazione del potere sacerdotale nelle sue mani - se mai se la propose con piena coscienza e coerenza - cozzava con un millennio di monopolio della grazia da parte dei sacerdoti, raccolti attorno al Papa. Senza autodeterminazione sacramentale, l'esoterismo - certo praticato dal costruttore di Castel del Monte, tutto imperniato sulla cifra otto e sui suoi multipli, come la Cupola della Roccia - rischiava di scadere a eresia, con tutte le conseguenze prevedibili da parte di un imperatore che condannava a morte gli eretici quali ribelli contro la sua duplice maestà (règia e sacerdotale). Il disegno dell'imperatore rimase però allo stato di abbozzo, con tali concessioni alle forze storicamente avverse che Federico II° finì per essere considerato un precursore dello "stato moderno" (quello dei diritti garantiti e del controllo sul potere) anziché l'ultimo esponente (o aspirante) dell'unitarietà e libertà del potere, concentrato nella sacra persona del "re-sacerdote". Proprio nel conflitto con Federico II° il Tempio scrisse una delle pagine più controverse della sua storia. Com'è noto, Federico fu assai riluttante a intraprendere la crociata, impostagli da Innocenzo III° e da Gregorio IX°, giunto a scomunicarlo, indignato per i continui rinvii. L'Hoenstaufen sapeva di combattere una battaglia storicamente sbagliata pretendendo che la libertà di culto nei Luoghi Santi fosse imposta "manu militari", come volevano i pontefici di Roma? Oppure riteneva che attuare una spedizione armata per ordine di un potere estraneo alla Corona - il papa, appunto - spezzasse il disegno di riunificazione dei poteri sotto l'Aquila ghibellina? Quando si decise all'impresa, l'imperatore fece comunque il possibile per utilizzare la crociata ai propri fini, quale affermazione del primato imperiale. Dopo un'abile trattativa col sultano d'Egitto, el-Kamil, conclusa con una tregua decennale e il riconoscimento ai cristiani di libero accesso ai luoghi memoriali del loro culto, Federico II° fece ingresso in Gerusalemme, di cui si autoincoronò re. Nella Città Santa - non liberata eppure libera - l'imperatore fu appoggiato dai soli Cavalieri Teutonici, sorti nel 1198 dall'Ospedale germanico di Santa Maria di Gerusalemme e la cui Regola - modellata su quella dei Templari - era stata approvata da Innocenzo III nel 1199. Fu sola per solidarietà di stirpe che il Gran Maestro "teutonico", Hermann von Salza garantì il sostegno dell'Ordine allo Staufen? Oppure il Gran Maestro della Croce Nera v'intravvide l'occasione storica per sopravanzare Templari e Ospitalieri? 0, soprattutto, intuì che il legame preferenziale con l'imperatore avrebbe assicurato le sorti dell'Ordine sulle altre impegnative frontiere che vedevano Teutonici e Portaspada intenti a far avanzare le quattro " tau" dell'Ordine? Chiamati nel 1211 in Transilvania da Andrea II° d'Ungheria, nel 1225 i Teutoníci ne erano stati espulsi dal sovrano màgiaro, cui rifiutavano obbedienza. Lo stesso anno essi furono però insediati sui confini tra Prussia e Polonia da Corrado, duca di Masovia. Con la bolla di Rimini (1226) Federico II° aveva poi riconosciuto la sovranità dell'Ordine sulle terre che avessero cristianizzato (ovvero conquistato, forzandone gli abitanti a scegliere tra battesimo di folla e sterminio in massa). Mentre in Outremer il ruolo degli Ordini religioso-cavallereschi entrava nella fase crepuscolare per l'immodificabile disparità di forze tra cristiani e islamici - ne era prova anche la scelta della trattativa con el-Kamil da parte di Federico II° -, altrove v'era spazio per realizzare lo spirito originario della crociata. Dopo l'incoronazione di Gerusalemme i Teutonici fecero infatti avanzare le loro insegne sino a Torun, nel 1237 assorbirono la Militia Christi (o Cavalieri Portaspada) di Livonia e - dichiarata una speciale obbedienza al pontefice, per rendersi autonomi anche dall'Impero, nuovamente lacerato, al nord, da contese dinastiche e ribellioni tra i possibili eredi dello Staufen - dilagarono dalla Prussia verso Baltico e Russia sino al lago Peipus, ove vennero fermati dal principe russo Alessandro Nevskij (1242). Emblematicamente, Hermann von Salza era morto tre anni prima: proprio nel giorno della solenne definitiva scomunica di Federico II°. I Teutonici non scrissero dunque una storia parallela a quella dei Templari; però, come questi ultimi avevano previsto, l'incursione di Federico II° in Palestina non risolse nessuno dei problemi di Outremer. Quando l'imperatore morì (1250) - ròso da congiure, ribellioni, tradimenti - la sua politica verso il Vicino Oriente era risultata del tutto priva di basi e d'efficacia: i cristiani vi avevano subito una nuova più grave sconfitta da parte di un avversario scaturito dall'Estremo Oriente e dilagato dalla Cina al Vicino Oriente, i Mongoli. Per contenere la spinta offensiva dei discendenti di Gengis Khan, con solido realismo il Gran Maestro del Tempio prospettò un'alleanza - strumentale e necessitata quanto si voglia, ma d'immensa portata storica, se fosse stata meglio coltivata - tra quanto rimaneva dei regni cristiani e gl'islamici di Siria e d'Egitto, interessati non meno dei "franchi" a tener lontani dal Mediterraneo i Turchi ckwarizmian (o chorasmiani), sospinti dai Mongoli verso la costa. Questi nondimeno travolsero le fortezze dei Templari a Safed e misero a sacco le città cristiane, distruggendone o deportandone la popolazione. Nel 1244, nella piana di Gaza, gli eserciti cristiani e "arabi" appaiati affrontarono gli invasori. A suggello dell'alleanza, dopo oltre mezzo secolo di silenzio, "e i misteri divini erano stati nuovamente celebrati nella Città Santa", come ricordarono con commozione i cronisti. Nella battaglia di Gaza trecento cavalieri e il Gran Maestro, Armand de Périgord, lasciarono la vita sul campo o impalati subito dopo la cattura. La sconfitta mise fine anche ai timidi tentativi di superare secolari conflitti di religione in nome della comune appartenenza a un'area di antica civiltà, nella consapevolezza che le popolazioni sopraggiunte stavano al Mediterraneo arabo e crociato come i barbari all'impero romano. Nel 1248 Luigi IX° di Francia intraprese una nuova spedizione in Outremer. Per spezzare la morsa che chiudeva la Palestina, contro il parere dei Templari, il re puntò verso l'Egitto - che non solo non era il pericolo maggiore, ma poteva essere un alleato prezioso - e, nel 1250, vi venne duramente battuto a el-Mansura, malgrado un'altra sfortunata prova d'eroismo dei Templari. Per allontanare ogni sospetto sulle ragioni della propria refrattarietà ad affrontare quella battaglia - inutile, sbagliata - i Milites avevano ottenuto di costituire l'avanguardia dell'armata cristiana, al comando di Roberto d'Angiò, fratello del re. Su 290 Cavalieri solo 5 sopravvissero, testimoni dell'eroismo dell'Ordine e della stoltezza del “re santo”. La successiva ultima crociata di Luigi IX° non ebbe risultati apprezzabili, oltre alla morte del re, a Tunisi (1270). Per Outremer non restava che contare i giorni che lo dividevano dalla fine. Questa divenne incombente con la caduta di S. Giovanni d'Acri, nel 1291, al termine d'un assedio nel quale altre centinaia di Cavalieri lasciarono la vita, compreso il Gran Maestro dell'Ordine, Guillaume de Beaujeu. La caduta di S. Giovanni d'Acri era stata preceduta da quella della Rocca Bianca, a Safila, baluardo dei Templari, e del Krak des Chevaliers, pilastro degli Ospitalieri. Nel 1303 anche l'isoletta senz'acqua di Ruad, dopo tredici anni di resistenza, venne evacuata. Tutta Outremer era tornata sotto dominio islamico: ciò che però non significava la conversione di tutta la popolazione all'islam. Il Tempio si ritirò a Cipro. Di li nel 1306 il Gran Maestro, Jacques de Molay, tentò di stringere un accordo coi tartari, insediati a Gerusalemme, per una nuova offensiva contro gli Egiziani, in nome del comune interesse politico-militare e dell'antica traccia di cristianesimo che pure ,albergava tra i Mongoli e di cui erano andati invano in cerca i veneziani fratelli Polo, inseguendo i misteriosi segni di quel Prete Gianni dal quale da oltre un secolo l'Europa s'attendeva la salvezza. Come ha fatto notare Franco Cardini, anche nel secolo successivo sarebbe riaffiorato il mito della naturale affinità tra Romani e Turchi - in nome di Troia - contro i Greci: un legame che a maggior titolo doveva dunque valere contro gli Arabi. Jacques de Molay si spinse sino a redigere una sorta di "pro-memoria" per una crociata che in realtà nessun principe europeo intendeva intraprendere: -ne sarebbe tornata l'eco nella miriade di trattati, annunzi, incitamenti profusi nei due secoli seguenti da predicatori (come il Guglielmo de Adam di !De modo Sarracenos extirpandi! e del !Directorium ad passagium faciendum!) ed umanisti pronti a barattare protezioni signorili con smaccati elogi per vittorie non conseguite in guerre non intraprese. Anche in quel crepuscolo di crociata rimase invece assente l'ideale propriamente missionario, agitato da Francesco d'Assisi - il santo che firmava col "tau" degli gnostici - nel fallito tentativo d'evangelizzazione dell'Islam, sull'inizio del sec. XIII°. Con 7 Grandi Maestri morti in combattimento e 5 per le ferite riportate - sui 22 complessivi della sua storia - e decine di migliaia di Milites caduti sul campo o messi a morte dai nemici, il Tempio era certo l'Ordine più titolato per proporre all'Islam una trattativa non disonorevole. Fu la speranza coltivata a Cipro da Jacques de Molay e dagli Ospitalieri sino a tutto il 1306. Il disegno venne però incrinato alle radici dall'instabilità introdotta nel Vicino Oriente dall'avanzata mongolica, dalle migrazioni militari dei turchi, dalla frana dei regni latini d'Oriente. L'integrazione fra civiltà diverse non -può reggere su uno stato di guerra endemica. Alle spalle, del resto, il Tempio non aveva alcuna forza coerente e compatta: non l'Impero - la cui aquila bicipite dopo Federico II volava dall'una all'altra Casa d'Europa, covando in nidi sempre più piccoli, in cerca di stabile approdo -; non il Papato, invischiato nel conflitto tra Angioini e Aragonesi per la Sicilia e, in generale, per l'espansione nel Mediterraneo Orientale. Il consenso che al Tempio veniva da alcuni sovrani - in Portogallo, Spagna, Inghilterra... - si risolveva in protezioni locali, in vantaggi occasionali, al di fuori della strategia ecumenica che, unica, avrebbe potuto ribaltare il corso storico e liberare la cristianità dell'Europa occidentale dall'isolamento nelle sue lotte intestine (basti ricordare che l'acme della crisi del Tempio, negli anni 1291-1314, per l'Italia è l'età del logorante sterile duello tra guelfi e ghibellini, delle fazioni municipali dagli angusti orizzonti). In tale situazione, poco giovarono al Tempio anche l'opulenza delle sue immense proprietà, i profitti dei prestiti ai prìncipi: così massicci e redditizi da sorreggere la fosca leggenda che attribuisce all'Ordine pratiche alchemiche capaci di tramutare in preziosi i metalli vili. Quelle ricchezze, infatti, non riuscivano .ad armare nessuna nuova nave sulle rotte d'Oriente, né richiamavano alcun Cavaliere verso Gerusalemme. Al più servivano per fortificare Cipro. La conquista di Rodi - poi sede degli Ospitalieri, che temporaneamente ne trassero il nome - non fu l'inizio della sognata controffensiva cristiana verso Margate, Tripoli, Beirut: avvenne, anzi, nel 1308, quando sui Templari s'era ormai scatenata la tempesta. Ma da tempo altre leggende circondavano il Tempio: parte coltivate dagli stessi Milites su orizzonti in cui ogni terra era - o poteva essere - Outremer. La crociata batteva le rotte del mare del Nord, saliva le coste del Baltico, fronteggiava nell'Europa Orientale gli stessi nemici combattuti in Palestina. Nel presentimento della fine, l'Ordine - unica organizzazione rimasta pervicacemente legata al principio dell'ecumenismo - a differenza dell'Impero, dei regni, del papato: tutti ripiegati su dimensioni "nazionali" si vide identificare con la missione, perenne e metastorico, della ricerca del "Graal", con il rintraccio del Prete Gianni, con la coltivazione e rappresentazione di una tradizione sapienziale troppo alta per essere divulgata e, al tempo stesso, così essenziale per le sorti dell'umanità da non poter essere abbandonata al vortice delle vicissitudini politiche, cancellata a conseguenza di un fatto ormai scontato quale la ritirata generale dalla Palestina: un evento militare che non determinò la scomparsa dal Vicino Oriente delle molte versioni locali del cristianesimo: maroniti, armeni, greci di culto latino e di rito ortodosso... Lo stesso Federico Barbarossa non era forse sopravvissuto al banale incidente che ne aveva provocato la morte in Anatolia? Non riposava forse sotto la Montagna, nella magica attesa del Risveglio? Nulla di strano, infine. Poiché si finisce sempre per ammirare i propri avversari, anzi per assimilarne o imitarne alcuni aspetti caratteristici, i Templari non facevano che riflettere il modello ismaelita, che aveva consentito all'Islam di conservare la sua identità originaria, malgrado terre e genti evangelizzate dai successori di Maometto fossero state ripetutamente soggiogate e travolte da molteplici ondate di conquistatori dalla spiritualità tanto più grezza, impermeabile alle sottigliezze teologiche degli sciiti e agli ardori messianici dell'imamismo e, in particolare, dall'imamismo settimano. Lo stesso era del resto avvenuto nel cristianesimo orientale, pullulante di correnti esoteriche. Di più: la distruzione degl'ismaeliti per opera dei Mongoli (1256-1272) aveva messo sull'avviso i Templari, che li avevano,invano combattuti per un secolo e mezzo sino a crederli invincibili e ora dovevano invece constatare come al mondo tutto passi. Per il Tempio si trattava, appunto, di fare in modo che rimanesse l'orma, anzi la sostanza della propria tradizione, al di là della sua possibile fine materiale, storica. Ma quali erano gli effettivi contenuti di tale tradizione? Poiché non si conosce la "regola segreta" del tempio - fortunosamente trovata dal vescovo luterano Friedrich Muenter negli Archivi vaticani a fine Settecento, ma poi nuovamente perduta - possiamo solo avanzare ipotesi. Di certo nel rito d'iniziazione alcuni frati rinnegarono Cristo, sputarono sulla croce e la calpestarono. La spiegazione meno probabile della Sconcertante 'profanazione' venne fornita dal confessore del Templare Giovanni de Elemosina, della diocesi di Parigi: secondo il quale si voleva saggiare, a quel modo, la resistenza degli iniziandi agl'inviti all'abiura " si caperentur ab infidelibus ultra mare". Né la pratica sembra essersi diffusa solo dal declino di Outremer, cioè da quando in molti Milites si fece più cocente la delusione per il mancato aiuto di Dio in una lotta che aveva per posta la difesa dei Luoghi Santi e nella quale mai essi avrebbero creduto di dover rimanere soccombenti: sì che in più d'uno poté certo sorgere il dubbio sulla legittimità della propria causa e sulla fondatezza del suo movente. Il rito della negazione di Cristo - quando pure non vi si voglia cogliere la prova dell'infiltrazione nell'Ordine di elementi gnostici, non improbabile, del resto, in un Mediterraneo pregno di dualismo, estirpato col ferro e col fuoco dalle masse ma serpeggiante nei ceti colti sino al Trecento inoltrato - faceva parte, in realtà, di uno psicodramma apocalittico: demolizione del Tempio, passaggio dalla devozione essoterica all'esoterismo, rifiuto della materia (il legno della croce) per attingere la purezza del simbolo, secondo la lezione del misticismo cristiano, messo alla frusta dall'iconoclastia bizantina e islamica. Certo i Templari - più degli altri Ordini non ispirati dalla tradizione iniziatica - si tormentarono su interrogativi solitamente estranei alla recente storiografia sulle crociate, che, correttamente, individua le ragioni del crollo di Outremer nell'avanzata dei Mongoli, nelle divisioni tra i principi "cristiani", nell'insuperata cesura tra Mediterraneo, Orientale e Occidentale, nel deperimento del Papato - tutto preso da conflitti eurocentrici, spesso italocentrici, proprio nelle fasi più acute dell'assalto islamico alla Palestina -, ma non sempre è attrezzata per sondare i tipi di spiegazione che fiorirono invece all'interno del misticismo, nella cultura affatto destoricizzata che già era stata alla base delle crociate. La caduta del Tempio non era forse determinata dall'inadeguatezza del suo culto? Il suo crollo non era forse reso possibile proprio dalla sua identificazione con un luogo storico, con dati materiali, per loro natura condannati al destino di tutto ciò che è " fisico" ? Ma, al tempo stesso, il Tempio poteva essere rialzato - e come e dove? - lontano dalla Cupola della Roccia? E come doveva essere servito il Tempio Nuovo, la «Nova Hierosolyma»? Quali sarebbero stati i suoi veri nemici dopo la traslazione dalla Palestina? Con tempismo così sorprendente da risultare necessario in una visione teleologica della istoria, a soli quattro anni dalla caduta dello ultimo baluardo cristiano di Outremer, la distruzione dell'Ordine sciolse col fuoco .tutti quegli interrogativi. Nel 1306 papa Clemente V convocò da Cipro il sessantatreenne Jacques de Molay, iniziato quarant'anni prima, Gran Maestro dal 1294: e gli sottopose un progetto di fusione con gli Ospitalieri. In ossequio alla Regola, de Molay aderì. Era anche un modo per fronteggiare le dicerie che da tante parti si levavano contro il Tempio, proprio in quella terra di Francia che aveva sempre fornito il più alto contingente di Cavalieri e di alti dignitari, compreso il suo ultimo Gran Maestro, originario del Giura. |
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| VI - | DOVE ERIGERE IL TEMPIO DOPO IL CROLLO DI OUTREMER? Ricaduti i Luoghi Santi nelle mani degl'islamici, frantumata in tanti rivoli la presenza occidentale nell'Impero bizantino, che cosa rappresentava ancora l'Ordine del Tempio? Nient'altro che il ricordo delle antiche ambizioni, la testimonianza della sconfitta o l'estremo baluardo, a Cipro, contro l'avanzata ottomana, un monito perenne a riprendere una lotta di cui per secoli si sarebbe continuato ad agitare lo sterile mito? Tutto questo, ma anche altro. I Templari erano una potenza economica di grande peso in tutta l'Europa cattolica. Le loro proprietà assommavano a circa 900 `castelli'. Non è mai stato tentato il computo di tutto il metallo prezioso tesaurizzato nelle commende dell'Ordine. Di sicuro dovette trattarsi di una fortuna immensa, se i Cavalieri poterono ripetutamente aprire cospicue linee di prestito a principi, sovrani e allo stesso re di Francia, Filippo il Bello. Non meno ricchi - va però ricordato - erano altri Ordini religioso-cavallereschi, quali per esempio gli Ospitalieri, che tuttavia andarono immuni da sospetti o, quanto meno, dalla distruzione toccata al Tempio. In realtà, con l'inizio del Trecento muta l'intero scenario europeo. Il pontefice, Bonifacio VIII°, pone più attenzione al conflitto col re di Francia - simbolo della resistenza laicistica al potere temporale del papa - che alla riconquista dei Luoghi Santi. Da parte sua, il successore, Clemente V°, non ha veri margini d'autonomia nei confronti di Filippo il Bello, cui deve l'elezione, e che lo incalza per fargli celebrare la damnatio memoriae di Bonifacio VIII°, la cui condanna, in verità, comporterebbe anche la nullità dei suoi atti, a cominciare dall'elevazione a cardinale dello stesso Bertrand de Got, poi papa Clemente V°. Rientrava nel disegno della monarchia di Francia soggiogare l'Ordine -alla volontà regia. Esso rimaneva infatti l'unica grande forza dotata di autonomia. L'Impero era ormai poco più che un simbolo, pateticamente invocato da quanti, come Dante Alighieri, invano speravano di farne il perno della riorganizzazione della cristianità assediata dagli sgargianti vessilli tartari e turchi (Inferno, XVII°, 17 ). La generazione successiva - di Petrarca e Boccaccio - non vi avrebbe più fatto gran conto, se non, attraverso Marsilio da Padova, quale motivo della piena rivendicazione dell'autonomia del potere politico dalle interferenze del Papato. Se il pontefice era ridotto a mercanteggiare col re di Francia; ogni sua manifestazione esterna, l'Ordine del Tempio costituiva invece un formidabile ostacolo per l'avvento dell'assolutismo accentratore della monarchia franca. In altri Paesi era ormai in stato avanzato l'identificazione tra gli ordini religiosocavallereschi e gl'interessi 'nazionali' (usiamo il termine in senso molto lato). Si pensi ai Cavalieri di Calatrava e a quelli di Santiago in Spagna, sempre in prima fila nella !riconquista cristiana! ed ai Cavalieri Teutonici, avanguardia dell'espansione germanica verso est e sul Baltico e formidabile baluardo contro la marea dell'Orda d'Oro. I Templari, da parte loro, come s'è detto erano dilagati in tutt'Europa, senza però identificarsi con l'una o l'altra corona, forti della Regola che li subordinava unicamente al Papa. Per Filippo il Bello era quindi impossibile spingere più innanzi il processo di francesizzazione del papato (necessaria alla subordinazione della Francia al re) senza fare i conti con un Ordine che costituiva una perenne riserva di forze per i successori di Bonifacio VIII°. Il conflitto tra la Corona e i Templari rivela quindi i caratteri di scontro tra due forze di modernizzazione: da un canto, lo Stato accentratore, proteso a eliminare autonomie, privilegi, esenzioni, assillato dal bisogno di danaro per fronteggiare la voracità delle due macchine che ne puntellano le nuove fortune - la burocrazia e l'esercito, il costosissimo esercito professionale -; dall'altra un'organizzazione "sovranazionale", dalle immense ricchezze, depositaria di una Tradizione che sembrava renderla invulnerabile, Stato nello Stato o, peggio, sopra lo Stato, conscio di poter vivere al di là delle sorti delle singole dinastie, così come aveva dovuto e saputo durare, nel Vicino Oriente, malgrado il crollo dei regni di Outremer: infido, dunque, per la sua fedeltà alla missione originaria. Ordine religioso-cavalleresco, i Templari non costituivano però una reliquia di "medioevo", un relitto di tempi passati, di bisogni superati, a cospetto dell'irruente avanzata dello "Stato moderno". Se l'Ordine fosse riuscito a vincere il duello con Filippo il Bello - o almeno a sopravvivere - non vi sarebbe stata un'Europa più arretrata, bensì un'Europa diversa: nella quale la preminenza (o la corposa persistenza) di un Ordine universale attivo su piani tipicamente "laici" - le armi e la finanza - oltreché dotato di carisma religioso pel ruolo di difensore del Santo Sepolcro e di Ordine pontificio) avrebbe improntato gli Stati e la vita sociale e individuale, il diritto pubblico a ogni livello, l'intero corso della storia, insomma. Ciò va detto non per immaginare una storia diversa da quella realmente verificatasi, bensì per avvertire il peso avuto dalla eliminazione dei Templari dalla storia: il cui vuoto non fu certo colmato dagli Ospitalieri, dai Teutonici, dai molti altri Ordini che s'uniformarono senza resistenza ai nuovi rapporti di forza. Diciamo, anzi, che l'importanza della posta in gioco fu chiara agli occhi dei protagonisti. Filippo il Bello, infatti, non si propose di umiliare il Gran Maestro, di ridurre la forza e i diritti storici del Tempio, bensì puntò alla distruzione dell'Ordine, con metodi che avrebbero dovuto scoraggiare qualsiasi sua possibile reviviscenza e qualsiasi imitazione della condotta del Tempio da parte delle altre istituzioni religioso-cavalleresche. Il re si rese conto di persona dell'entità delle ricchezze concentrate nelle mani dei Milites Christi. Durante la più pericolosa tra le rivolte popolari che punteggiarono il suo ultimo decennio di regno, Filippo si rifugiò proprio nella Casa del Tempio di Parigi. Lì toccò con mano l'opulenza dell'Ordine e non dovette faticare a immaginare quanto non gli venne direttamente mostrato. Con tutta evidenza l'Ordine possedeva una ricchezza superiore a quella del sovrano. Avevano dunque ragione Guglielmo di Nogaret e Pierre Du Bois a lanciare le più gravi accuse nei confronti dei Templari, sospettati di produrre metalli preziosi con diaboliche pratiche alchemiche? Nella notte tra il 12 e il 13 ottobre 1307 il re fece arrestare tutti i Templari presenti in terra di Francia: 140 nella sola Parigi, compresi il Gran Maestro e il Gran Precettore di Normandia, una tra le regioni in cui l'Ordine vantava un'organizzazione particolarmente rilevante. All'operazione di polizia fece immediatamente seguito una massiccia campagna d'opinione. La figura dei Milites Christi non doveva essere particolarmente simpatica alle "masse" se erano d'uso corrente espressioni quali "bere come un Templare" o "orgoglio di Templare": connotazioni che colpivano lo stile militare e l'alterigia derivante dalla ricchezza, oltreché dalla forza guerresca e dall'accettazione nell'Ordine, col rango di cavaliere, di soli nobili. Contraddittoria con una delle accuse poi formalizzate a carico dell'Ordine era invece la raccomandazione di tenere le fanciulle al riparo dalle attenzioni dei Cavalieri. Ebbe quindi inizio uno dei processi più spettacolari della storia. Con buona pace dei canonisti, quel processo (come del resto, un secolo dopo, quello a Giovanna d'Arco) mostrò i limiti del mito del rispetto delle regole giurisdizionali. I Templari chiesero di essere sottoposti al giudizio del pontefice al quale solo dovevano obbedienza. Clemente V in primo tempo accennò a voler esercitare la sua prerogativa, ma fu dissuaso da Filippo il Bello che l'incalzò con la richiesta di aprire il processo alla figura e all'opera di Bonifacio VIII°, lasciando intendere che non vi avrebbe insistito se il papa avesse lasciato fare a proposito dei Templari. La procedura criminale del tempo prese quindi il suo corso, secondo l'uso. Clemente stesso ordinò l'impiego della tortura nei processi celebrati contro i Templari di Toscana e di Lombardia. Per gli altri non v'era bisogno di suggerimenti. Sottoposti ai tormenti più efferati capitolarono dinanzi agli inquirenti di Filippo il Bello i "frati" che non avevano ceduto dinanzi agl'islamici. Ma in Outremer il volto della lotta era chiaro: invece, nelle carceri del re di Francia sfuggiva ai Milites il senso della vicenda che li travolgeva. I più si confessarono assolutamente digiuni di dottrina e delle questioni teologiche che, per convincerli d'eresia, venivano loro sottoposte e si rimisero alla clemenza del sovrano, ,proclamando la propria innocenza. Parecchi morirono tra i tormenti. Altri, riavutisi dal martirio della carne e ritrattate le ammissioni crudelmente estorte, furono giudicati relapsi e, secondo le norme, arsi vivi a mònito per gli sventurati prigionieri. Quello contro i Templari, in realtà, non fu un processo inteso a stabilire se e quali fossero le eventuali colpe dei Cavalieri, non fu una `inchiesta' nel cui ambito gl'imputati potessero controbattere alle accuse, scagionarsi con argomenti e prove. La sentenza era precostituita. La colpevolezza data per scontata. Il processo, infatti, fu condotto col criterio - assurdo, ma non insolito - secondo il quale, se alcuni Templari potevano essersi resi colpevoli dei reati loro imputati (sodomia, indisciplina verso la Chiesa, credenze ereticali e pratiche idolatriche), ciò significava che l'intero Ordine poteva aver avuto per norma - e anzi senz'altro aveva - la perpetrazione di quei gravissimi peccati (anche se non se ne rinvenne documento alcuno). Perciò l'innocenza di taluni - pienamente acclarata - non costituiva affatto prova della purezza dell'Ordine cui appartenevano bensì, semmai, della loro marginalità nell'ambito dell'Istituzione, infine condannata non perché ne fosse dimostrata la colpevolezza, ma perché nata la si poteva escludere, giacché - venne affermato - solo la sua intrinseca nequizia avrebbe potuto consentire ad alcuni Templari di macchiarsi delle colpe loro addebitate e confessate fra i tormenti. In tal modo asserita la gravità dell'Oriente, discendeva senza margini d'eccezione la colpevolezza di tutti i Templari, quali si fossero le responsabilità accertate a carico dei singoli. La sola appartenenza all'Ordine diveniva argomento della personale criminosità dei Templari e dettava l'obbligo di accertarne la colpevolezza - ormai indubbia - estorcendone l'ammissione coi mezzi consueti. L'iter processuale, dunque, non ebbe altro scopo che di strappare a qualsiasi costo un certo numero di "confessioni" per tacitare le residue incertezze di Clemente V° e dissipare i dubbi di quanti resistevano agli imbonimenti degli uomini del re, la cui propaganda contro il Tempio s'ispirava al principio «fere libenter bomines, id quod volant, credunt». Come osservò Gaetano Salvemini, in tempi non sospetti, a proposito della campagna d'opinione orchestrata da Nogaret contro il Tempio, tacciato delle colpe più incredibili con «un cumulo di accuse calunniose, ridicole, assurde», il ministro di Filippo il Bello aveva compreso «meravigliosamente la infantile psicologia popolare» e che «al popolo, questo eterno fanciullone, bisogna contarle proprio grosse perché le beva più facilmente». Ricordiamo le principali, tra le molte decine d'imputazioni lanciate contro il Tempio. Esse riguardavano il costume, la canonica e la dogmatica. Mettevano in discussione il comportamento individuale, l'insieme dell'Ordine come istituzione ribelle alla Chiesa e, infine, la sua estraneità alla Chiesa, alla comunione dei fedeli: di lì, appunto, la necessità, conclamata dal re, di procedere non tanto alla punizione dei Cavalieri "uti singuli", bensì alla totale eliminazione dell'Istituzione, in sé assolutamente irriformabile, rescissa dal corpo della Chiesa, sentìna di peccato e causa d'infezione eretica con la sua sola presenza. I Milites Christi erano infatti accusati di scambiarsi baci impudichi durante la cerimonia d'iniziazione (" in ore, in umbilica seu in ventre nudo, et in ano seu spina dorsi; item... aliquando in virga virili") e di darsi a reciproci commerci carnali ("debebant haec facere ad invicem et pali", convinti che " haec lacere non erat eis peccatum"). Di più, il Gran Maestro s'arrogava il potere di assolvere i Cavalieri; e altrettanto facevano, a detta dell'accusa, i Grandi Precettori: non solo, ma pretendevano di assolvere anche dai peccati non confessati, taciuti per pudore o pel timore della penitenza. Ma per porre fine alla pretesa scostumatezza - che del resto non costituiva una scandalosa eccezione nell'Europa di Brunetto Latini - e imporre un più rigoroso rispetto della disciplina sacramentale (ancora assai incerta, peraltro) occorreva, certo, severità, ma non v'era bisogno di arrivare alla sterminio: obiettivo invece tenacemente inseguito da Filippo il Bello. Il pronipote del sovrano che aveva ordinato la distruzione degli albigesi e avviato l'unificazione della Francia sulle rovine della civiltà provenzale, puntò allora su un'arma infallibile: l'accusa di eresia. Durante l'iniziazione, i recipiendi dovevano calpestare la Croce, rinnegare Cristo "et aliquando Beatam Virginem et quandoque omnes sanctos et sanctas Dei", né paghi si spingevano a," mingere super ipsam crucem" e proprio " in die Veneris sancti". Al " vituperium Christi et fidei ortodoxae", al diniego dei sacramenti e della transustanziazione delle specie durante la Messa, i Milites aggiungevano l'adorazione degl'idoli, "idelicet capita quorum aliqua babebant tres facies, et aliquam unam, et aliqua craneum humanum": idoli che durante le loro congregazioni i Templari solevano cingere con il cordiglio come a votargli i loro corpi, contaminati dai vizi più immondi. Tutte queste belle imprese - aggiungevano i capi d'accusa - avvenivano "ultra mare" (proprio là dove i buoni europei credevano che i Cavalieri difendessero Tempio e pellegrini), ma erano poi continuate e s'erano aggravate ovunque "Magister Generalis et conventus dicti Ordinis pro tempore sunt morati", a Cipro, " ultra mare et citra mare" e via peccando. Ma come avevan potuto celare per due secoli quelle orribili turpitudini? Come - gomito a gomito con l'intera società, di cui avevano pur costituito parte eminente, presenti nelle maggiori solennità (proprio alla vigilia dell'arresto il Gran Maestro aveva preso parte al corteggio funebre della cognata del re) - i Templari erano riusciti a tener segreta la loro “diversità” rispetto al gregge dei fedeli cristiani? Anche a questi legittimi interrogativi le accuse mosse al Tempio avevano pronta la riposta: i Milites Christi erano un'associazione segreta, i cui adepti, terrorizzati nel corso dell'iniziazione, erano tenuti, a prezzo della vita, a conservare il più assoluto silenzio sulle pratiche occulte e sulla dottrina esoterica dell'Ordine. Non solo, ma tutto il rituale veniva coperto con misure di sicurezza; infatti vi erano ammessi esclusivamente i 'fratelli' e le porte dei locali ove avevano luogo iniziazioni e avanzamenti di grado erano serrate e vegliate in modo che nessuno potesse penetrarvi né vedere o udire nulla di quanto vi avvenisse. Allo stesso scopo sul tetto delle Case erano poste sentinelle. L'accusa escludeva, infine, che taluno fosse entrato nell'Ordine per. leggerezza o ingenuità. Gli aspiranti all'iniziazione sapevano bene che cosa andavano a cercare giacché " de his est publica vox, opinio communis et fama tam inter fratres dicti ordinis quam extra". Anzi, con ogni evidenza, chi bussava alle porte del Tempio sollecitava l'ammissione proprio per precipitarsi nel vizio e nell'apostasia, nella ribellione contro la Chiesa e nell'adorazione di un mostruoso idolo, dagli orribili lineamenti e, per soprammercato, di un gatto "sibi in ipsa congregacione apparens quandoque". Alla taccia di idolatria e di evocazioni diaboliche s'accompagnava, radicalmente contrastante, l'accusa di -dichiarare stolta la fede in qualsivoglia religione e la scelta di un deismo razionalistico o, all'opposto, della più sfrenata mondanità (1'epicureismo addebitato a tanti ingegni irrequieti del Due-Trecento). Parecchi Cavalieri si proclamarono colpevoli. Gli atti giudiziari non nascondono i metodi coi quali essi furono indotti alla confessione. Superfluo raccogliere in questa sede un'antologia di orrori. Erano gli anni nei quali a Fra Dolcino venne inflitto il supplizio che tutti conoscono. Bernardo di Vado, della diocesi di Alba, ammesso a difendere l'Ordine, narrò d'essere stato tenuto così a lungo al tormento del fuoco che la carne delle sue calcagna era stata bruciata e le ossa erano cadute nel volgere di pochi giorni "e tenendole in mano - inorridisce Luigi Cibrario, al racconto - le mostrava, miserando spettacolo, ai commissari". A sua volta Ponsard de Gysi, precettore di Payance, evocò il clima di terrore che s'era diffuso tra i concaptivi alla notizia che trentasei loro con "frères" erano stati "abbruciati" vivi, a Parigi, come relapsi, e molti altri erano spirati nelle camere di tortura attivate dalla giustizia reale in vari centri della Francia, connivente Clemente V°. Mettendo a nudo la tecnica dei suoi carnefici, fra' Ponsard dichiarò ch'egli avrebbe pur saputo affrontare la decapitazione, il rogo o anche d'esser fatto bollire: insomma un dolore atroce e la morte, ma "per un discreto spazio di tempo"; non si sentiva invece in grado di sopportare gli atroci tormenti inflitti per settimane e mesi nelle carceri del re. I Cavalieri, dopotutto, erano guerrieri, educati ad affrontare la morte sul campo - e avevano sempre mostrato di saperlo fare senza vacillare - non già a convivere coi tormenti, nelle prigioni nemiche. Lì, anzi, come abbiamo detto, era una delle ragioni del loro eroismo in battaglia. Il processo ai Templari ebbe l'andamento di un macabro rituale. Impadronitosi dei massimi dignitari dell'Ordine, estorte alquante confessioni, Filippo non sembrò aver fretta di concludere. Si mostrò anzi sollecito alle proteste di Clemente V, che chiedeva il rispetto delle più elementari procedure e, in particolare, rivendicava il diritto di conoscere, tramite suoi fiduciari, la materia processuale. Il re non poteva augurarsi di meglio. L'opinione di massa, debitamente lavorata, era compattamente schierata per la colpevolezza dell'Ordine, ansiosa di supplizi spettacolari, meglio se a carico di persone sino a ieri credute onnipotenti e il cui crollo repentino esaltava, per contrasto, l'immagine dell'ancor più irresistibile forza del sovrano. Intervenendo nel1'iter di un processo con sentenza precostituita, Clemente V° non faceva che addossarsi la complicità nell'impresa. Se mai si fosse schierato pubblicamente per l'innocenza del Tempio, egli si sarebbe trovato a fare i conti con la gente aizzata dal sovrano. Perciò l'opera dei giudici del papa - iniziata nel novembre 1308, oltre un anno dopo l'arresto si risolse in una farsa. Del resto i testimoni a favore dell'Ordine erano scoraggiati dal deporre. Anche la difesa abbozzata da Jacques de Molnay il 26 novembre si rivelò al di sotto della situazione. L'anno seguente trascorse in altri interrogatori degli oltre 400 Templari concentrati in Parigi per il processo. Altrettanto avveniva in altre terre della cristianità: con esiti difformi, secondo il grado d'influenza che il re di Francia giungeva a esercitarvi. Di tanto in tanto, per la promessa della vita, di una prigione meno dura, persino della libertà qualche Cavaliere (soprattutto di quelli che avevano abbandonato l'Ordine, o ne erano stati cacciati, prima del 1307) fecero le ammissioni più stravaganti, eppure necessarie per soddisfare la fantasiosa curiosità degl'inquirenti ormai molto oltre i capi d'accusa originari e piú banali. Così un Antonio Sicco di Vercelli giunse a riferire d'aver inteso che un Templare s'era carnalmente congiunto con la salma d'una gentildonna armena la cui testa, spiccata dal corpo, sarebbe poi stata oggetto di culto da parte dei Cavalieri. I fermi dinieghi opposti dagli uni - pur resistenti alla tortura nulla valevano contro le ammissioni di altri: ormai anche senza il soccorso di speciali tormenti, ché, dopo anni di prigionia e ben conoscendo la sorte toccata ad altri frati, i Milites non avevano bisogno di essere stesi sui cavalletti per sapere quale sorte li attendesse in caso di silenzio, sicché sceglievano di ammettere senz'altro le colpe che venissero loro addebitate. Per risolvere la questione dal punto di vista ecclesiale, nel 1311 si radunò a Vienne - sempre a portata di Filippo il Bello - un Concilio, che il 22 maggio 1312, in presenza del re, di Carlo di Valois e dei suoi tre figli si pronunziò per la abolizione dell'Ordine del Tempio "ex plenitudine potestatis del Papa", ma "per viam provvisionis seu ordinationis apostolicae", non perché dalle indagini processuali fossero scaturiti elementi convincenti per stabilire la colpevolezza dell'Ordine in quanto tale. Filippo ottenne dunque che fosse il Papa a condannare l'Ordine. Figlio devoto della Chiesa, il re di Francia si sarebbe limitato a far da " braccio secolare", spazzando via i Milites detenuti nelle sue prigioni: condannati a morte o al carcere perpetuo. In realtà le deposizioni dei vinti non concordavano affatto. Alle domande sui riti d'iniziazione, sull'adorazione del Baphomet, sui "segreti" dell'Ordine, i Cavalieri dettero risposte niente affatto univoche, come avviene quando in tanti, gli uni separati dagli altri, si trovino a inventare una storia intorno a uno stesso tema: a un dipresso i racconti risultarono simili (data anche l’identità delle domande che venivano poste ai prigionieri), ma la loro difformità è indizio eloquente dell'invenzione, ché, diversamente, i racconti sarebbero collimati a puntino, almeno sugli aspetti fondamentali. Lo stesso vale anche per le ammissioni fatte dai frati che scamparono la tortura. Nel marzo 1314 giunse l'epilogo. Da due anni, sulla traccia offerta dal Concilio di Vienne, i tribunali diocesani avevano affrettato i processi: quanti ammettevano erano condannati al carcere a vita, chi negava o ritrattava era arso vivo. Infine fu la volta del Gran Maestro e di tre fra i più alti dignitari dell'Ordine: il Visitatore di Francia ed i precettori di Normandia e di Aquitania, sui quali il papa s'era riservato il diritto di decisione. A seguito di lunghe torture, ammessi gli addebiti, i quattro furono condannati al carcere perpetuo. Sennonché durante la solenne lettura della condanna, il 18 marzo 1314, de Molay ritrattò a gran voce quanto aveva ammesso " per sospendere i terribili dolori della tortura e per muovere a pietà coloro che lo facevano soffrire". Altrettanto fece Geoffroy di Charnay, ed accusò il papa ed il re di promesse menzognere. Le conseguenze furono quelle che i due relapsi prevedevano. La sera stessa Filippo li fece mettere al rogo, obliando le macabre procedure previste per simili rituali. Tra le fiamme, i due continuarono a proclamare l'innocenza dell'Ordine e, secondo la leggenda, lanciarono un solenne anatema contro i loro carnefici. Giustamente fece osservare Salvemini che se davvero il Gran Maestro, il Precettore di Normandia e gli altri dignitari e Milites saliti sul rogo fossero stati occultamente devoti di una diversa confessione religiosa, ci troveremmo dinanzi al caso, singolarissimo, di fedeli che si sacrificano non già in nome del proprio credo, bensì negandolo: come appunto avrebbero fatto i relapsi e lo stesso Jacques de Molay. Rimangono però aperte altre interpretazioni: anzitutto che il Gran Maestro abbia confessato per poter essere ammesso a pronunciarsi pubblicamente sull'Ordine - così da poterne ribadire, come fece, l'innocenza -; in secondo luogo vale l'ipotesi che gli alti gradi amministrativi dell'Ordine, proprio perché più esposti, come la storia provava e risultava ancor più evidente dal tramonto di Outremer, fossero tenuti affatto all'oscuro sul deposito iniziatico enucleato all'interno del Tempio, in celle più riposte e con trasmissione per canali diversi rispetto alle gerarchie ordinarie e ufficiali. Jacques de Molay, in questo caso, avrebbe combattuto una battaglia i cui scopi gli sfuggirono sino all'ultimo giorno, quando - nell'interesse di un ordine superiore rivestì l'abito di martire anziché quello del "pentito". |
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| VII - | «QUANDO PORGE LA MAN CESARE A PIERO /DA QUELLA STRETTA SANGUE UMANO STILLA» Arsi vivi il Gran Maestro e il Gran Precettore di Normandia, uccisi, segregati o dispersi tanti altri Cavalieri, l'Ordine del Tempio - formalmente abolito con la bolla Ad providam sin dal Concilio di Vienne - cessò dunque d'esistere? In realtà il 'processo' contro i Templari s'era frantumato in diversi rivoli. Solo in Francia esso aveva conservato unità e coerenza sino al drammatico epilogo del 18 marzo 1314. Altrove s'ebbero risultati discordanti. Condannati in alcune terre d'Italia, i Templari furono giudicati innocenti in Spagna, Portogallo, Inghilterra, Cipro... Le assoluzioni, però, si limitavano a salvare la vita dei singoli Cavalieri, cui venne aperta la possibilità d'entrare in altri Ordini: di Cristo in Portogallo, di Calatrava in Spagna, dei Teutonici in Germania, mentre i beni immobiliari del Tempio passarono ovunque agli Ospitalieri e, in minor misura, ad altri Ordini. Quelle erano però assoluzioni che sul piano della storia non risolvevano nulla: non si traducevano, infatti, nella sopravvivenza d'una sola commanderia, d'un solo capitolo, d'un solo Templare in quanto tale. Rinnegato da Clemente V° il Tempio poteva durare (o risorgere) solo al di fuori della storia delle istituzioni, della continuità diplomatica, notarile: in una dimensione metastorica. Fu appunto quanto accadde, con l'immediato erompere del mito dei Templari, il cui pur breve esame non può essere disgiunto dal profilo storiografico dell'Ordine, giacché esso consente di meglio comprendere almeno parte degli enigmi lasciati insoluti dalla storia. Nessuno si fermò a constatare che se Filippo il Bello aveva potuto raderlo al suolo, il Tempio non era così potente come volevano i suoi custodi e quanti, avendolo abbattuto, ne enfatizzavano l'inattingibilità per trarre maggior gloria dalla vittoria. Anche dalla sconfitta, insomma, ebbe incremento il mito dell'Ordine. La leggenda (nel senso etimologico) della segreta "vendetta" templare venne alimentata dalla sconcertante fine dei persecutori dell'Ordine. Clemente V° mori il 20 aprile. Filippo il Bello lo segui il 29 novembre. Nella profezia retrospettiva, Dante infierì sul "gigante che delinque": «Lì si vedrà il duol che sovra Senna / induce, falseggiando la moneta, / quel che morrà di colpo di cotenna» (Par., XIX, 118-120). Poco dopo Guglielmo Nogaret morì, a sua volta, per un incidente di caccia. Un altro iniquo persecutore del Tempio, Enguerran de Marigny. finì impiccato l'anno seguente. S'apri quindi per la Francia una lunga epoca di carestie, pestilenze, invasioni straniere, guerre intestine, che sembrarono spezzare sul nascere la formazione dello Stato accentratore, cui Filippo aveva dedicato la vita e in nome del quale aveva perpetrato tanti crimini, che, alla luce dei fatti, perdevano di machiavellica necessità e si rivelavano null'altro che delitti, senza dignità politica. Il Beaussant - fu poi detto - comparve a fianco di Jeanne la Pucelle all'inizio della sua "missione" redentrice (ma secondo un'altra tradizione sarebbero stati segreti Cavalieri Templari a far giungere nelle mani degli Inglesi l'ispiratrice della riscossa dei Gigli d'Oro). Poi di Templari non si parlò più, esplicitamente, sino alla prima metà del Seicento, quando l'Europa assediata dai Turchi e dilaniata dalle guerre di religione sentì impetuoso il bisogno di rinverdire il mito di un Ordine votato al superamento delle fazioni, per attingere la suprema conciliazione tra le diverse confessioni cristiane in vista del confronto tra il cristianesimo e le altre religioni: quei Rosa-Croce che alimentarono le fantasie ed empirono di sé tanti libri e "manifesti" ma che riuscirono a rimanere sempre assolutamente segreti. In quella fratellanza misteriosa e benevola - nella cui simbologia tornano gli emblemi del sacrificio di sé per la salvezza degli uomini - subito venne intraveduto il ritorno dei Templari: dalle remote regioni iperboree, ove avevano atteso l'ora del Risveglio; dal di là degli Oceani, solcati dalle navi cui il Gran Maestro dell'Ordine del Cristo, Enrico il Navigatore, aveva dato per insegna la croce patente del Tempio, offerta dai Francescani a Gilles de Rais tramite la rediviva Pucelle d'Orléans per strapparlo agli orrori di Tiffauges e farne un crocifero atlantico; dalla circolazione carsica di una sapienza tradizionale espressa, nei secoli precedenti, nelle opere iniziatiche di Botticelli, Leonardo, Michelangelo... La missione di "Christian Rosenkreutz" riprende, infatti, quella dei Cavalieri che per sedali s'eran mossi alla ricerca del Graal: tòpos della mitologia cresciuta a ridosso del Tempio nel corso del secolo XIII°, quando l'approssimarsi della fine aveva restituito attualità all'ideale del grande viaggio iniziatico, attraverso le " prove", verso l'incontro tra i due mari: la " quéte du Graal" (coppa mistica? Pietra filosofale? Parola perduta? Arcano emblema dell'unitarietà del potere?). Tornò quindi a esser letta in un'ottica nuovissima la copiosa produzione cavalleresca degli albori delle letterature romanze: e vi si cercò la cifra recondita di una sapienza opposta alla grigia dottrina delle summae e della dommatica imperante. I Templari vennero quindi al centro di tre distinte correnti di pensiero: ora quale tema di riflessione storiografica, ora quale cespite di una restaurazione del loro Ordine per riprenderne la missione. Come sempre, le tre correnti s'intersecarono e talora si contrapposero aspramente. Nondimeno, per semplicità, le illustreremo, brevemente, l'una distinta dall'altra. Si formò, anzitutto, una letteratura filo-templare, che trovò il suo maggior campione nel Voltaire dell'Essai sur les moeurs et l'esprit des nations, secondo il quale i Milites furono vittima dell'ingordigia di Filippo il Bello e della fatua complice mollezza di Clemente V°: tesi poi ripresa dal Raynouard di Monuments historiques relatifs à la condamnation des chevaliers du Temple (Paris, 1813). A loro giudizio e a quello della miriade di minori seguaci, quali Walter Scott, Jules Michelet, Boutaric (i quali ultimi ebbero il notevole merito di pubblicare i verbali di alcuni processi) i Cavalieri avevano confessato sotto la tortura o per paura del rogo. A fine Ottocento l'innocenza dei Templari fu ribadita - sulla scorta di ampia documentazione e con serrata critica alle opere di diverso parere - dal tedesco Prutz e dallo statunitense Lea: il quale ultimo studiò lo sterminio dei Templari nell'ambito della storia dell'inquisizione. Sulla loro scia si mosse il tedesco Gmelin, giunto nondimeno a concludere che, nei fatti, i Milites avevano assai tralignato dalla Regola (il cui testo venne edito e commentato da Henri De Courzon: La Règle du Temple, Paris, Renouard, 1886). Niente affatto infetti da particolari eresie - tornò a insistere il Lea nel 1893 - i Templari praticavano, in effetti, la confessione all'interno dell'Ordine, senza che tra i Milites vi fossero sacerdoti ordinati, a differenza di quanto accadeva presso gli Ospitalieri (che a quel modo elusero l'insidia). Ma - fece notare lo storico dell'inquisizione - a tutto il sec. XIII° la disciplina della confessione non era affatto definita e uniforme, talché la stessa formula "ego te absolvo", stabilita nel 1240, divenne canonica solo col Concilio di Trento. L'origine politica dell'assalto ai Templari venne asserita altresì da M. E. Langlois, che l'analizzò confrontando il processo a carico del Tempio con quello, celeberrimo, ordito da Nogaret ai danni del vescovo di Troyes, Guichard: aperto, sospeso e ripreso secondo l'altalena di falsi testimoni che, in punto di morte, confessavano d'aver mentito, salvo poi a ritrattare dopo l'insperata guarigione, e così andato avanti per oltre dieci anni! Tra i testimoni a carico di Guichard - oltre trecento, pronti ad accusarlo di stregoneria, veneficio, adulterio, simonia, corruzione - comparve il Noffo Dei che fu anche, con Esquins de Florian, all'origine del processo contro i Templari: coincidenza in effetti assai eloquente. Sull'altro versante, il tedesco K. Schottmiáller - dopo i saggi dell'italiano Bini e del francese Loiseleau sui Templari in Toscana tornò a pronunziare la condanna dell'Ordine, deducendone la colpevolezza dalle molteplici confessioni rese senza bisogno di tortura. Anche secondo Prutz, del resto, i Templari - già percorsi da diverse infezioni settarie d'impronta dualistica - avevano finito per credere alla superiorità dell'Islam che aveva loro inflitto la sconfitta militare; e ne avevano assorbito la dottrina, rinnegando Cristo. Premeva in particolare allo Schottmúller liberare la memoria di Clemente V° - i cui regesti erano intanto stati pubblicati dai benedettini (1884-88) dal sospetto di complicità con l'avidità di Filippo IV°. Al più, egli concedeva che il pontefice fosse stato debole: non, però, criminale. Una pungente rassegna della "questione templare" venne, nel 1895-1901, da Gaetano Salvemini secondo il quale l'Ordine era, sì, nell'insieme innocente e quindi vittima della congiura del perfido "le Bel" e dei suoi nerissimi Nogaret, Dubois e simili, e di un papa Clemente di cui egli tornava a condannare il basso profilo morale; nondimeno - era la conclusione dello storico di Molfetta - ansai più che dai suoi occasionali nemici, il Tempio era condannato dalla storia: «Minato da tutte le parti, costituito in forma di associazione internazionale indipendente dai singoli Stati, nei quali pur viveva, l'Ordine difficilmente avrebbe potuto sopravvivere alla rovina del medio evo e salvarsi dall'assalto degli stati moderni. Filippo il Bello, seguendo l'impulso della sua cupidigia, e Clemente V, secondando supinamente il re nella sua perfidia, furono gli inconsapevoli esecutori di una sentenza storica, alla quale prima o poi doveva soggiacere». Nel greve determinismo storico delle sue conclusioni ("Storicamente parlando, possiamo affermare che l'Ordine era destinato, comunque fosse, a sparire, perché diventava ogni giorno più incompatibile con tutto l'ambiente religioso e politico che dal secolo dodicesimo in poi era venuto formandosi in Francia e in Europa") Salvemini non deduceva però l'assoluzione dei nemici del Tempio, che «moralmente l'abolizione dell'Ordine f u un delitto e come tale la nostra coscienza deve notarlo di eterna infamia». |
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| VIII - | CONTEMPLAZIONE DEI TEMPLARI. Mentre gli storici disputavano sulla fine dei Templari, il Tempio tornava a sorgere attraverso l'opera di poeti, compositori, artisti, gli uni ispirati, altri partecipi delle correnti iniziatiche intente a rialzarne le colonne. Il "Templarismo" già aveva occupato larga parte della cultura esoterica della seconda metà del Settecento. Esso conobbe una prima fase di splendore come "rivelazione" della vera Massoneria. Questa, organizzata nella forma moderna, o simbolica, fra il 1717 e il 1723, attraversò un primo periodo di declino con l'accoglimento, al suo interno, di esponenti di aspirazioni politiche e sociali non conferenti con i programmi originari dell'Arte Reale. Da accolta di spiriti eletti, vagliati dall'origine nobiliare, ed esclusivamente dedita al perfezionamento degli adepti, la Massoneria divenne veicolo delle diverse correnti del riformismo, talché vi s'incrociarono illuminati e illuministi, ugualitari e fautori del ripristino di un aristocratismo anche più rigoroso e indefettibile di quello "del sangue": l'élite degli spiriti auspicata da Fénélon, Michel Ramsay, Robert Fludd. In questa direzione si mosse il disegno, tracciato dal barone Karl Ghotthelf von Hund und Altengrottkau, coltivato dal barone Ph. Stosch e infine fatto proprio dal duca Ferdinando di Brunswick e Lnneburg, sino al supremo Convento di Wilhelmsbad (luglio 1782), ove, proprio alla vigilia della Rivoluzione francese, furono enunziati i fondamenti della rinascita del Tempio. Secondo von Hund il Tempio non era mai stato abbattuto. Prima di salire la pira, de Molay - l'unico ad avere il potere carismatico e l'autorità morale per deciderne le sorti - aveva nominato un successore. II decreto di trasmissione dei poteri era poi stato cautamente rivelato il 13 febbraio 1324 da Jean Marc Larmenius, legittimo successore del Gran Maestro, e via via convalidato dai successori, che per secoli, in assoluta segretezza, avevano continuato a consacrare Milites Christi gli spiriti più eletti, al coperto di un "anonimato" propizio allo espletamento della difficilissima missione di "tradere lucem" attraverso i secoli bui. A comprova, von Hund faceva osservare che nello stesso 1324 papa Giovanni XXII° aveva fulminato una nuova scomunica contro i Templari, riparati tra le file dei Cavalieri Teutonici, per parte loro sin dal 1308 bersaglio d'una severa accusa d'infezione ereticale: allontanata solo col rinnovato slancio crociato sulla frontiera orientale, verso la Lituania. Dall'Illustre Ordine della Stretta Osservanza Templare di von Hund, presto diffuso in Francia, Germania ed Italia, prima e dopo il suo tramonto si spiccarono altri rami misteriosofici. L'Ordine dei Cavalieri Eletti Cohen e il martinesísmo ne sono gli esempi più noti. Dalle rovine della Stretta Osservanza il templarismo trasmigrò poi all'interno del Rito Scozzese Rettificato, ideato da jean-Baptiste Willermoz, allievo di Martinez de Pasqually (ideatore del "martinesísmo"), fondendosi con un altro mito, secondo il quale i "neotemplari" settecenteschi altro non erano che i continuatori della Grande Opera ripresa da un pugno di Milites effettivamente riparati presso il re di Scozia, Robert I° Bruce, dopo la bolla Ad Providam, e colà durati grazie alla protezione del re, ch'essi aiutarono a sconfiggere gli Inglesi a Bannockburn nel 1314. Il martinismo - scaturito dall'esoterismo di Claude de Saint-Martin - ne fu perfezionamento e durevole erede. A fine Settecento fu soprattutto la "vendetta" di Jacques de Molay ad assumere colori di macabra verità. Ventiduesimo successore di Filippo IV°, Luigi XVI° usci verso la ghigliottina dalla stessa Torre del Tempio in cui era stato torturato il ventiduesimo Gran Maestro dell'Ordine. Nella stessa prigione scomparve il Delfino di Francia. La "maledizione" sembrò del resto perseguitare i discendenti di "le Bel" i cui diversi rami s'estinsero recando sul trono, ogni volta, tre fratelli, sino a Luigi XVI°, Luigi XVIII° e Carlo X°. Con la creazione, a Charleston, del Rito Scozzese Antico e Accettato (1801) e l'istituzione di Supremi Consigli del Rito in Francia, Italia (1805), Spagna, il conte di Grasse-Tilly introdusse definitivamente il templarismo nella Massoneria. Riecheggiano infatti la tradizione templare il Maestro Segreto (grado 4°), l'Eletto dei Nove (9°), il Sublime Cavaliere Eletto (11°), il Cavaliere d'Ordine o della Spada (16°), il Gran Pontefice della Gerusalemme Celeste (19°), il Principe del Libano o Ascia Reale (22°), il Commendatore del Tempio (27°), il Cavaliere del Sole (28°) e, soprattutto, il Cavaliere Kadosch, cui è commessa la "vendetta" contro Filippo, Clemente e Noffo Dei (come contro i traditori dell'Ordine). "Leggenda nera" e propalazione dei rituali incrementarono una copiosissima letteratura che dall'abate Agostino Bartuel al barone von Haugwitz e simili fece del Tempio una tappa della perenne 'rivoluzione' contro l'Ordine: quest'ultimo, cioè, non sarebbe stato che la copertura per complotti, tanto più pericolosi perché cresciuti dietro una facciata insospettabile. Nel gioco a incastro tra sospetto, repressione e corsa al riparo di organizzazioni latomistiche - allestite dai detentori del potere non meno che dall'opposizione, in una ridda incontrollabile, alimentata dagli opposti isterismi - quel templarismo sarebbe comparso più volte quale rivelazione ultima della vera natura e degli scopi supremi della Massoneria: così per bocca del Gran Maestro, Ernesto Nathan, a detta del quale i Liberi Muratori sono i "Templari della democrazia" (1901), ma anche secondo la Direzione Generale di Pubblica Sicurezza del periodo fascista, che riteneva il "Rotary Club" una sorta di Ordine Templare a viso aperto, direttamente operante nella società, ma in combutta con "maestri segreti" disseminati negli osservatori e nei centri di potere più inafferrabili. Alla volgarizzazione del mito di un Ordine tradizionale quale punto d'incontro tra cavalieri eletti, dediti ad una missione metastorica, recò poi grande impulso Richard Wagner, che ripropose il tema della ricerca del Graal mentre la "parola perduta" conosceva una rifioritura attraverso sette neotemplari, reviviscenze rosacruciane, proliferazione di società iniziatiche, esoteriche, teosofiche, largamente nutrite di fermenti poetici e artistici, quale, tra tutte, la " Golden Dawn": l'Alba Dorata che riscaldò, tra altri, W. B. Yeats e il Maurice Barrès de "La collina ispirata", Joseph Péladan e, secondo alcuni, il Gabriele D'Annunzio che si firmava " Ariel". Lohengrin, Parsifal, Tristano e Isotta, Lancillotto e Ginevra, l'intera mitologia "nordica" - collegata, tramite il Santo Graal, a quanto di "pagano" fosse trapassato nel cristianesimo - divennero altrettanti eroi di un templarismo concepito quale Ordine a doppia gerarchia ed al cui interno prese corpo l'ideale di una supermediazione tra le religioni storiche, tutte inferiori alla Tradizione, il cui nucleo perenne, indistruttibile, è la gnosi: conflitto tra Bene e Male, a sua volta riproposto da jean Bricaud con il revival cataro di fine Ottocento, sino agli studi di Déodat Roché, ai " Quaderni di studi catari" ed alle ricerche dell'archeologo Fernand Niel sulla criticamente riscoperta fortezza esoterica di Montségur: speculare al " Montsalvat" della tradizione graalica e al "Montserrat" templare: "Luogo Santo", insomma, ov'è custodito lo Smeraldo, la Roccia, il Mani càtaro, e viene celebrato il " battesimo della sapienza" (bafè-mètous, donde, per deformazione, l'inspiegato Baphometto). Sarebbe troppo lungo ripercorrere in questa sede gl'intrecci tra neotemplarismo e altre correnti iniziatiche dell'Otto-Novecento europeo. Ne verrebbe fuori un atlante di assonanze e contrasti di ardua sistemazione, né qui sarebbe possibile addentrarsi nella necessaria esegesi di ciascun "mito", per motivarne filologicamente la genesi. Ci sembra più interessante rilevare che analogo fenomeno di ritorno alla tradizione esoterica s'è verificato, nello stesso periodo, nell'ambito dell'islamismo, assai prima del risveglio politico, della "rivolta del deserto" guidata dal colonnello Thomas Edward Lawrence, fervido studioso delle fortezze templari e vocazionalmente "crociato" dagli anni giovanili. A questo punto possiamo anche non seguire la metodologia proposta dall'iranologo Henry Corbin (Temple et contemplation, Paris, Flammarion, 1980), secondo il quale «la continuità documentata dalle tradizioni del Tempio non poggia su atti notarili, su documenti d'archivio, ecc.», ma «si tratta di procedere fenomenologicamente, di lasciarsi dire ciò che le tradizioni vogliono dire, senza mai perdere di vista due cose: che queste tradizioni ci istruiscono, meglio di qualunque documento d'archivio, su ciò che accade alla confluenza dei due mari cioè là dove si compie realmente ogni trasmissione spirituale che non consista semplicemente in una trasmissione di dati; che nel momento in cui a un uomo si impone il desiderio di riportarsi a una tradizione, in questo stesso momento si stabilisce il legame "storico" tra lui e i suoi predecessori». Sono criteri, del resto, largamente utilizzati da Guénon, Evola, Eliade e dalle loro rispettive scuole e si sono rivelati assai fecondi di risultati criticamente e filologicamente apprezzabili. Dopo quasi tre secoli di neotemplarismo, torniamo invece a interrogarci sulle ragioni vere del processo, della condanna e dello sterminio del 1307-14, su quella `necessità' storica di cui scrisse Gaetano Salvemini. Nessun dubbio che le proprietà del Tempio facessero gola al re; ma esse anelarono agli Ospitalieri anziché a Filippo. Quanto ai tesori, la scoperta di 11.359 monete del XII secolo, trovate in un solo "bacile" al castello di Gisors, nel 1970, dopo tante vane ricerche suggerite dal custode, Lhomoy, che parlò sempre di almeno trenta forzieri colmi, ha confermato che il Gran Maestro (per qualche tempo detenuto appunto in quella cittadina normanna) fece in tempo a ordinare l'occultamento di una parte consistente delle ricchezze dell'Ordine. Potremmo interrogarci all'infinito sui possibili eredi cui Jacques de Molay destinava quel tesoro: constatiamo invece con certezza che per ottenere gli stessi vantaggi pecuniari ricavati dalla distruzione dei Templari al re sarebbe bastato introdurre qualche speciale vessazione fiscale, La cupidigia, l'urgenza di danaro non spiegano un'offensiva che, annientando l'Ordine, insteriliva una possibile fonte di facili proventi finanziari. Rimane poi la domanda fondamentale: perché quella sorte fu riservata solo ai Templari e non agli altri Ordini religioso-cavallereschi? Interrogativi analoghi riguardano la condanna pontificia. Sospetti di eresia nei confronti del Tempio eran già stati levati da Innocenzo III° e da Clemente IV°. Se la Ad providam non foss'altro che una svista dello Spirito, uno sbaglio o una debolezza personale di Clemente V°, rimangono inspiegate le ragioni della mancata rinascita dell'Ordine sotto la tutela di un pontefice diverso: per esempio quando mutarono i rapporti di forza tra Roma e la Corona di Francia, alla cui contingente complicità viene attribuito il successo del "complotto" contro Jacques de Molay. La storia degli Ospitalieri da Rodi a Malta e oltre conferma che l'Europa continuò anche in seguito ad avere bisogno di Ordini: perché non di Templari? Al duplice ordine di domande non sappiamo rispondere se non ponendone una terza: perché l'incompatibilità dei Templari con l'età seguente risultò così netta e radicale a differenza di quella prospettata da Ospitalieri, Teutonici, Calatrava e simili? Perché la loro diversità dovette essere cancellata murando vivi i confessi, martirizzando i relapsi, abbattendo per sempre il Tempio e facendone scalpellare le insegne tutto dove possibile? La risposta va cercata nell'irriducibilità del Templarismo al modello politico-culturale prevalso: toccò ai Templari la stessa sorte dei ghibellini, cioè del principio dell'unificazione del potere (sacerdotale e politico) nelle mani dell'imperatore, che avrebbe segnato la fine del primato del pontefice. L'avvento della forma politica che per comodità viene detta "monarchia nazionale" risultava inconciliabile con la mitologia del Graalsburg, espressa nella letteratura da Wolfram von Eschenbach a Zacharias Werner e simili: ormai disposta a riconoscere che anche da altre regioni del mondo Milites d'ideali extracristiani erano alla cerca della "parola perduta" con la stessa purezza d'intenti e la stessa legittimità di successo dei Cavalieri cristiani. Al Concilio di Vienne, nel 1312, venne certo approvato lo studio dell'arabo e dell'ebraico: ma l'eliminazione dei Templari stava a significare che quelle cognizioni non sarebbero state poste al servizio della libertà di ricerca, bensì del potere. Il disegno missionario di Raimondo Lullo, mentre apparentemente era accettato, veniva svuotato del suo intento originario e ridotto a mero strumento d'espansione politica o, specularmente, della elevazione di una barriera a difesa contro le altre culture. La distruzione del Tempio desacralizzato - fa peraltro osservare Corbin - «è il necessario preludio all'avvento del nuovo Tempio, che assume l'ampiezza di una restaurazione cosmica (...). La tragedia dell'Ordine storico del Tempio viene così elevata al rango di parabola (...) tipizza l'intero dramma dell'uomo. I Templari del quattordicesimo secolo corrispondono infatti, nel poema drammatico di Zacharias Werner, alla massoneria templare del diciottesimo, e questo perché, nella visione dell'autore, gli uni come gli altri sono stati infedeli alla missione loro affidata dai "Figli della Valle"», e vennero abbandonati al loro destino. Perciò - aveva già spiegato il mitico Robert de Heredom - Jacques de Molay accettò - anzi: volle - il rogo del suo corpo, giacché, come la Fenice, a quel modo apriva la via all'avvento del Tempio Nuovo. Mitologie, certo: la cui tenace circolazione carsica, sempre contigua a sfere decisive della classe dirigente, impedisce però di relegarle tra le mere 'fantasie'. La loro persistenza, malgrado l'apparente astoricità, chiede a sua volta d'essere storicizzata. Ed è quanto occorre appunto fare, affrontando sul piano storico anche la Tradizione nella sua varia molteplicità fenomenologica. |
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| IX - | CRONOLOGIA SOMMARIA. |
| | | 1071 | Vittoria dei Turchi selgiucidi sui Bizantini a Mazincerta. | | 1095 | Nel Concilio di Clermont, papa Urbano I indire la crociata per la liberazione dei Luoghi Santi. | | 1099 | I crociati conquistano Gerusalemme. | | 1100 | Baldovino di Edessa succede al fratello, Goffredo di Buglione, « protettore del Santo Sepolcro », ed assume titolo di «Re di Gerusalemme ». | | 1104 | I crociati conquistano S. Giovanni d'Acri. | | 1118 | Il borgognone Hugues de Payens (italianizzato in Ugone de' Pagani da taluni ricercatori) e altri otto compagni offrono a Baldovino II di Gerusalemme il servizio di Milites Christi per tenere libere le vie della Palestina da insidie degli islamici. Il re concede loro per sede un'ala del suo stesso palazzo, prospiciente la Moschea della Roccia (al-Aqsa), sorta sulle rovine del Tempio di Salomone, donde la denominazione dell'Ordine. | | 1125 | Ugo di Champagne, cugino di Bernardo di Clairvaux, restauratore dei Cisterciensi, entra nei Templari. | | 1128 | Il Concilio di Troyes approva la Regola dell'Ordine dei Cavalieri del Tempio; Bernardo di Clairvaux, che interviene al Concilio, dopo il 1130-31 diviene patrono dell'Ordine e ne scrive l'Elogio. | | 1146 | Bernardo predica la seconda crociata. La spedizione dell'imperatore Corrado III e del re di Francia, Luigi VII, si esaurisce (1147-49 ) senza apprezzabili risultati. | | 1156 | Baldovino III di Gerusalemme sposa la tredicenne Teodora, figlia di Manuele, imperatore dl Bisanzio. I regni cristiani d'Oltremare s'invischiano nelle lotte di potere dei Bizantini. | | 1167 | I "franchi" s'impongono sull'Egitto, ove però si verifica una riscossa islamica, guidata da Saladino. | | 1187 | Ai Corni di Hattin - dopo numerosi scontri parziali - Saladino distrugge l'esercito cristiano, uccide di sua mano Rinaldo di Chàtillon; Gerardo di Ridfort, Gran Maestro dei Templari, - tutti caduti in battaglia o suppliziati dopo la vittoria - è rilasciato. | | 1189 | Saladino conquista Gerusalemme; catturato Gerardo di Ridfort, lo mette a morte. | | 1192 | Terza crociata. Vi partecipano Federico Barbarossa, morto lungo il viaggio, in Cilicia (1190), Filippo II Augusto di Francia, Riccardo d'Inghilterra, detto Cuor di Leone, Corrado di Monferrato. La spedizione non ottiene risultati apprezzabili. Corrado (1192) è ucciso da due "assassini" (Ismailiti, fedeli al "Veglio della Montagna"); Riccardo, vestito da Templare, lascia in nave la Palestina ed è catturato dall'imperatore Enrico VI; muoiono Saladino (1193) e il Gran Maestro del Tempio, Robert de Sablé. | | 1204 | A capo della quarta crociata, su navi veneziane, Baldovino di Fiandra, rovesciati e uccisi Isacco II e Alessio IV, imperatori di Bisanzio, assume la corona dell'Impero Latino d'Oriente. | | 1208 | Crociata contro i Catari, o ccalbigesi, nella Francia meridionale. Papa Gregorio IX istituisce l'Inquisizione contro gli eretici. 1212 u Crociata dei bambini », ispirata dal pastore dodicenne Stefano. La maggior parte dei bambini muore per via o è venduta schiava da loschi mercanti « cristiani ». | | 1229 | Crociata dell'imperatore Federico II. Dopo una trattativa col sultano d'Egitto, al-Kamil, Federico si autoincorona re di Gerusalemme, col sostegno di Hermann von Salza, Gran Maestro dei Cavalieri Teutonici, sorti nel 1199. | | 1244 | Alleati con i musulmani di Damasco, i cristiani sono sconfitti a Gaza. Trecento Templari cadono sul campo. I Turchi chorasmiani invadono la Palestina e conquistano Gerusalemme, definitivamente sottratta ai cristiani. Dei 6.000 profughi della Città Santa, solo 300 raggiungono Jaffa. | | 1250 | Sconfitta di Luigi IX a el-Mansura. Ecatombe di Templari. | | 1270 | Luigi IX di Francia muore a Tunisi nel corso della sua seconda in fruttuosa crociata. | | 1277 | Baibars occupa la Rocca Bianca dei Templari, a Safila, e il Krak des Chevaliers, principale fortezza degli Ospitalieri, o Giovanniti, sorti come Ordine nel 1118 da un ,precedente insediamento amalfitano in Gerusalemme. | | 1291 | S. Giovanni d"Acri cade in potere di al-Halil d'Egitto. Tiro si arrende agl'islamici. Capitolano tutte le città cristiane di Palestina e del Libano. | | 1303 | L'isola di Ruad, priva di acqua potabile ed ultima roccaforte templare d'Outremer, dopo tredici anni viene evacuata. | | 1306 | Da Cipro, ove con gli Ospitalieri sta organizzando una spedizione per la conquista di Rodi e la riscossa cristiana in Oriente, il Gran Maestro dei Templari, Jacques de Molay, è chiamato in Francia da papa Clemente V che propone la fusione tra Templari e Ospitalieri. | | 1307 | Il 13 ottobre tutti i Templari di Francia sono arrestati, con l'accusa di eresia, violazione della disciplina canonica, pratiche oscene e peccaminose, idolatria. | | 1308 | Dal 26 maggio al 20 luglio incontro tra Clemente V e Filippo IV a Poitiers. Il papa approva l'azione del re e ordina l'impiego della tortura per ottenere le confessioni. | | 1310 | Cinquantaquattro Templari sono arsi vivi come relapsi per ordine dell'arcivescovo di Seni, fratello del ministro di Filippo IV, Enguerran de Marigny. | | 1311 | Il 1° ottobre si raduna il Concilio di Vienne, già convocato per l'anno seguente. | | 1312 | Il 3 aprile, con la bolla "Ad providam" Clemente V delibera l'abolizione dell'Ordine dei Templari, su pressione di Filippo IV giunto a Vienne il 20 marzo. I Cavalieri giudicati innocenti sono incorporati negli Ospitalieri (cui vanno i beni immobili dell'Ordine) e nei Teutonici (nel 1308 bersaglio di un'accusa d'eresia); gli altri sono condannati al carcere perpetuo o, se relapsi od ostinatamente inconfessi, al rogo. | | 1314 | Jacques de Molay e Geoffroy de Charnay, Gran Precettore di Normandia, tradotti in pubblico per confessare le colpe ammesse negli interrogatori, denunciano la sopraffazione subìta e proclamano l'innocenza dell'Ordine. II giorno stesso .- 18 marzo - in violazione della personale dipendenza giurisdizionale del Gran Maestro dal papa, i due sono arsi vivi in Parigi, d'ordine del re. In Portogallo, Spagna, Inghilterra e Germania i Templari sono invece giudicati innocenti. | | Inizia la « leggenda » Templare con la mitica fuga di alcuni cavalieri in Scozia, ove sarebbero stati protetti da Robert I Bruce. |
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| X - | I VENTIDUE GRANDI MAESTRI DELL'ORDINE DEL TEMPIO |
| | | 1 | Hugues de Payns | (1128) | | 2 | Robert de Craon | (1136 ) | | 3 | Évrard des Barres | (1149) | | 4 | Bernard de Tramelay | (1150 ) | | 5 | André de Montbard | (1153 ) | | 6 | Bertrand de Blanquefort | (1156 ) | | 7 | Philippe de Milly | (1169 ) | | 8 | Odon de Saint-Amand | (1170) | | 9 | Arnaud de Torroge | (1180) | | 10 | Gérard de Ridfort | (1184 ) | | 11 | Robert de Sablé | (1191) | | 12 | Gilbert Errail | (1193) | | 13 | Philippe de Plaissiez | (1201) | | 14 | Guillaume de Chartres | (1209 ) | | 15 | Pierre de Montaigu | (1219 ) | | 16 | Armand de Périgord | (1232) | | 17 | Guillaume de Sonnac | (1246) | | 18 | Renaud de Vichiers | (1250) | | 19 | Thomas Bérard | (1256) | | 20 | Guillaume de Beaujeu | (1273) | | 21 | Thibaud Gaudin | (1291) | | 22 | Jacques de Molay | (1294) |
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| | (La data tra parentesi indica l'anno dell'elezione a Gran Maestro). |